The Lumineers – Automatic

Recensione del disco “Automatic” (Dualtone, 2025) dei The Lumineers. A cura di Angela Denise Laudato.

Nel giorno per eccellenza dedicato all’amore, il romantico duo folk americano, che vanta ben due candidature ai Grammy, torna con “Automatic”, quinto album in studio. Il talento dei Lumineers è innegabile, le aspettative quindi sono alte. Il disco verrà presentato con un mega tour, che inizierà il 23 aprile a Vienna, per poi visitare le arene di paesi come la Repubblica Ceca, la Germania, l’Italia (consiglio vivamente di non lasciarsi scappare i biglietti per il 27 aprile all’Unipol Forum di Milano!), la Spagna, il Portogallo, il Lussemburgo, la Danimarca, la Norvegia, i Paesi Bassi, il Belgio, la Francia, il Regno Unito e l’Irlanda fino a maggio (le date nordamericane saranno annunciate presto!).

Scritto dai co-fondatori Wesley Schultz (voce solista, chitarra) e Jeremiah Fraites (batteria, percussioni, pianoforte), “Automatic” sin dalle prime note risulta subito fedele al loro territorio sonoro e tematico, che da anni (ben 20!) gli permette di scalare le classifiche: “L’album esplora alcune delle assurdità del mondo moderno, come la linea sempre più sfocata tra ciò che è reale e ciò che non lo è, e la varietà di modi in cui ci intorpidiamo mentre cerchiamo di combattere sia la noia che la sovra stimolazione” – ha dichiarato Wesley Schultz in una recente intervista – “l’album sembra proprio di quest’epoca”. Rispetto ai precedenti lavori, tuttavia, il disco appare molto più crudo e personale. 

Ascoltare “Automatic” è stato come aprire un vecchio carillon rimasto troppo tempo impolverato in soffitta, e ad ogni giro di danza della ballerina gli undici brani si vestono di nuova e dolorosa vulnerabilità, senza abbandonare mai, però, il consueto umorismo sagace, eternamente rivolti verso quell’urgente bisogno di riconoscere nel caos di ogni giorno sentimenti di amore e rispetto. E connessione, soprattutto connessione.  

In apertura del disco troviamo Same Old Song, primo brano che ha anticipato l’uscita del disco, accompagnato da un video musicale ufficiale, diretto da Anaïs LaRocca (Hundred Waters), in cui Schultz e Fraites si esibiscono di fronte a proiezioni in stile home movie VHS, creando un collage di momenti che offrono uno sguardo surreale nei ricordi del duo: “Same old song / We sing the same old song / We sing the same old same sad song”. Segue Asshole, autoironica, sagace, divertente. Le note rincorrono la voce di Schultz in una sorta di filastrocca canticchiabile già dopo il primo ascolto. 

È la volta poi di Strings, che, insieme a Sunflowers sul finale, costituiscono i due evocativi intermezzi musicali presenti nel disco, ed è facile (troppo facile!) lasciarsi cullare tra corde di chitarra, tasti di un pianoforte e la luce impazzita di un campo di girasole.  

La title track è una preghiera intima per cuori spezzati, di voce rotta, tasti di pianoforte e falsetti appena accennati.  È brano che sa di pioggia e di vento, commovente ed introspettivo. Circa a metà disco la delicata You’re All I’ve Got è un inno a quei legami umani che diventano porto sicuro, faro nelle avversità: “Don’t leave me now ’cause you’re all I’ve got / I want you here in my arms / When we’re together, I’m not falling apart / I’ll tell myself to believe / When I look back, you will be waiting for me” – e la voce di Schultz è pura emozione tra raffinati arrangiamenti. Plasticine è un brano che ti resta incollato alle dita come colla, o plastilina, appunto. Il bello dei Lumineers è che i sentimenti li sfiorano appena, brano dopo brano, verso dopo verso, nota dopo nota.

A seguire Ativan e Keys On The Table appaiono splendenti e tristi contemporaneamente. E mentre le ascolti ti sembrano già fare da sfondo a fotogrammi di qualche serie tv in cui si piange parecchio.Con Better Day torna quell’umorismo spartano e scanzonato, accompagnato da un motivetto orecchiabile e, per certi versi addirittura ballabile.

In chiusura del disco troviamo la struggente ballad So Long. La traccia si apre con un arrangiamento delicato e malinconico ed è una vera e propria lettera d’addio in cui si rincorrono tematiche come la caducità del tempo, la fragilità delle relazioni, la perdita e l’urlante desiderio di un senso in mezzo al caos: “Sit in isolation all the time / I’ll be on the ocean in your eyes / Tell it on the mountain he’s arrived / Maybe we’ll be famous when we die / So long, so long, so long”.

“Automatic” dei Lumineers è la sintesi perfetta di quello che è stato il loro percorso artistico e personale fino ad oggi. Temi oscuri avvolti in melodie allegre e contagiose. Ritornelli esaltanti destinati a essere cantati da decine di migliaia di persone durante il prossimo tour. Fraites in un’intervista ha detto: “C’è molto amore in questo disco”. E io non riesco a trovare neppure un argomento per contraddirlo. 

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