L’ebbrezza del ‘tutto è possibile’: “Cheshire Cat”, il debutto dei Blink-182, compie 30 anni
Il primo disco dei Blink-182 ha compiuto il trentennio e la band continua a girare il mondo. Nonostante non siano mai stati osannati dalla critica, il punk melodico californiano e il pop punk non sarebbero gli stessi senza di loro.

Quando Alice, giovane protagonista del celeberrimo romanzo di Lewis Carroll Alice in Wonderland, incontra uno dei personaggi più iconici del libro, lo Stregatto, prodotto del folklore medievale inglesi, hanno un breve dialogo sulla direzione da percorrere. Il felino risponde con la sua affermata enigmaticità ai quesiti della fanciulla, la quale, a seconda di dove desidera andare, dovrà intraprendere una certa strada, qualunque essa sia. A posteriori, sembra che la via percorsa da Tom DeLonge, Mark Hoppus e Scott Raynor (per quest’ultimo abbastanza breve, a causa del subentro di uno dei più celebri batteristi pop punk del mondo e dell’album che li ha resi iconici al pubblico internazionale) abbia in parte ricalcato i dilemmi di quel bosco. Uno dei tanti incroci di questa via è passato per Anne Hoppus, sorella di Mark e compagna di high school di Tom, tramite la quale i due vengono a conoscenza e fin da subito sembra nascere una forte intesa, anche nella musica.
La California dei primi anni Novanta è un crocevia culturale e pieno di stimoli, ha consolidato un forte stile di vita americano, gode di ottimi movimenti artistici e musicali; allo stesso tempo è testimone del grande urban sprawl americano e delle problematiche storiche della regione con l’immigrazione. Qualcosa di tutto ciò si vede anche lì, a Poway, nella periferia di San Diego, dove nascono i Blink-182. La regione brulicava di giovani che hanno rappresentato per tutti i tre scorsi decenni lo stereotipo della american youth, colma di feste, musica e smoderatezza.
L’ebbrezza del “tutto è possibile” sembra incrociare le strade anche di Tom e Mark: non appena conosciuti, sono in linea l’uno con l’altro, vogliono subito mettere gli strumenti in braccio. Hoppus e DeLonge condividono i gusti musicali, erano entrambi fan delle band provenienti dal punk rock della West Coast, come i Descendents e Bad Religion, e di qualche grande classico come i The Cure. Tom inoltre già conosceva un batterista, Scott Raynor, con cui aveva cominciato a suonicchiare quando aveva cambiato liceo. I tre cominciano a provare insieme nell’estate del 1992, partendo dalla casa di Raynor, messa a disposizione per le prove; fanno ormai molte cose insieme, tanto che Mark si trova ad abbandonare momentaneamente il gruppo per non essere mollato dalla ragazza, stufa che lui passi più tempo con loro che con lei. Non appena si lasciano, Mark torna di getto nella band, che nel frattempo si sta attrezzando per cominciare a fare delle registrazioni.
Il nucleo di “Cheshire Cat” nasce proprio dalle demo che il gruppo inizia a produrre in questi due anni: nel 1993, il gruppo comincia a girare e a suonare spesso in città, nei centri sociali e nei luoghi universitari; la loro musica è adeguata al nuovo gusto punk della scena californiana, più legata ad aspetti melodici e più in sintonia con arrangiamenti “poppeggianti”. I tre si infilano rapidamente nei giri delle band della zona, arrivano a suonare in luoghi più importanti e mettono le basi, nel 1994, per delle nuove registrazioni, stavolta in studio e di soli inediti (la prima mini-raccolta, “Flyswatter”, conteneva anche alcune cover).
Da queste sessioni esce “Buddha”, ancora sotto il nome Blink (l’aggiunta del “-182” deriva dall’omonimia con una band irlandese, che non gli consente di mantenere legalmente quel nome), e finanziato dall’allora capo di Hoppus. Molti di questi brani saranno presenti nel primo album della band, e per ora gli sforzi sono ripagati da cassette vendute e concerti seguiti. Scott Raynor, il più piccolo del gruppo, si trasferisce per un periodo in Nevada, e, sebbene venga sostituito per alcuni spettacoli, rimane nel gruppo con la volontà di tutti. Sembra che questo trio di ragazzi possa compiere il passo e trasformare le fatiche musicali in un disco vero e proprio: l’occasione si chiama Cargo Records, un’etichetta indipendente che fornisce alla band una prova di pubblicazione, e che solo Mark firma in presenza, dato che Tom in quel momento era al lavoro e Scott era ancora minorenne. Le registrazioni, condotte assieme ai produttori Pat Secor e Otis “O” Barthoulaum, non avvengono più in città ma sono spostate nella città degli angeli, Los Angeles.

Sono circa tre i giorni di sessione in studio, dove vengono messe assieme tutte le tracce che compongono “Cheshire Cat”: una buona parte viene recuperato da “Buddha”, e c’era l’accordo per un video musicale di debutto. DeLonge e Hoppus sono convinti di voler usare come copertina il volto di un gatto trovato su un calendario, visto che a Tom ricordava proprio lo strambo gatto carrolliano; l’etichetta dovrà anche sistemare graficamente la foto a causa dell’indisponibilità da parte della società dei calendari a cedere i diritti della foto.
La canzone a capo della tracklist è non a caso un recupero dal demo album, ed è il brano che simboleggia l’incontro tra Tom e Mark, Carousel, tirata giù a grandi linee il giorno che i due si incontrarono nel garage di Tom. Emblema di un gruppo di ragazzi che si improvvisa punk rockers e che suona un brano grezzo e sporco ma allo stesso tempo melodico, canta di una vita liceale che spesso isola, lasciando spazio alle paranoie e all’inquietudine di una fresca gioventù. La canzone che invece dà vita al primo debut video è M+M, la quale comincia a rendere familiare ai fan internazionali il timbro baritonale di Hoppus, che dedica il brano alla sua ragazza: il titolo infatti significa “Mark + Michelle”, ma è un brano esplosivo, carico, fondativo dell’idea di musica dei Blink.
I sedici brani che totalizzano il disco per poco più di 40 minuti racchiudono storie e problematiche reali, identificative dei giovani ragazzi della West Coast, senza troppi fronzoli ed enormi complessità: Touchdown Boy racconta la figura del player, l’individuo che ci sa fare con le ragazze e se le porta tutte a letto; Wasting Time si dilunga sulle paranoie riguardo all’uscire con ragazze, mentre Peggy Sue rivolge attenzione alle ribellioni adolescenziali. Ci sono di qua e di là cori faciloni, voci vomitate, flussi di versi e strumenti veloci, giungendo fino a brani “surrealisticamente scherzosi” come Ben Wah Balls, Just About Done e Depends, con quest’ultima che cita una marca di pannolini.
La spontanea immaturità del disco mette in luce comunque un Raynor che, nonostante la minore età, sarebbe potuto durare di più col gruppo, e una creatività tagliente che, mescolata nel calderone DeLonge-Hoppus, farà la loro fortuna tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio.
A pensarci è strano: il primo non eccelso, ruvido e simpatico disco dei Blink-182 ha effettivamente compiuto il trentennio, e il gruppo gira il mondo da decenni. Sebbene non abbiano mai spiccato nella critica e nel genere come i musicisti più tecnicamente dotati (tranne ovviamente Travis Barker, che arriva però in corso d’opera), il punk melodico californiano e soprattutto il pop punk sono eterni debitori, e a 50 anni suonati sono ancora là. Chissà se, senza le parole del folle Stregatto, avrebbero trovato comunque la via del successo, o al contrario si sarebbero persi, come tanti gruppi, nella tana del Bianconiglio.

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