Everything Is Recorded – Temporary
Recensione del disco “Temporary” (XL Recordings, 2025) degli Everything is Recorded. A cura di Andrea Ghidorzi.
Ci sono album che suonano come dichiarazioni d’intenti, cesure nette rispetto al passato. “Temporary”, il nuovo capitolo di Everything Is Recorded, è qualcosa di diverso: un respiro lungo, un ricordo che si dissolve nella luce del tramonto, un inno alla caducità della vita e alla sua bellezza effimera. Richard Russell, ancora una volta, non si limita a produrre un disco: costruisce un universo sonoro in cui dolore e rinascita si intrecciano con la naturalezza di un ciclo stagionale.
Se nei lavori precedenti ritmo e parola erano la spina dorsale della sua musica, “Temporary” ne inverte l’equilibrio: la melodia prende il sopravvento, la tessitura armonica si fa liquida, sospesa, come se le canzoni fossero immerse in una luce dorata e malinconica, rassicurante e fragile al tempo stesso. C’è qualcosa di quasi sacro in questa ricerca: il desiderio di sottrarsi al rumore del presente per abbracciare un suono più intimo, essenziale, ma sempre carico di tensione emotiva.
L’elenco dei collaboratori è un mosaico impressionante di voci e strumenti, ciascuno al servizio di una narrazione comune. Sampha, Bill Callahan, Noah Cyrus, Florence Welch, Berwyn, Kamasi Washington: artisti dal respiro e dall’estetica differenti, uniti da una sensibilità condivisa che si traduce in performance senza tempo. Losing You vede Sampha e Laura Groves muoversi su un tappeto sonoro etereo, impreziosito dalla tromba incantata di Yazz Ahmed e dal basso profondo di Jah Wobble. Porcupine Tattoo, con Noah Cyrus e Bill Callahan, è un dialogo tra fragilità e gravitas, mentre Never Felt Better sposa il lirismo di Florence Welch e la delicatezza di Alabaster DePlume in un’ode alla transitorietà dell’esistenza.
Ma è forse You Were Smiling, con l’interpretazione intensa di Samantha Morton, a racchiudere l’anima dell’album: un canto sommesso, quasi un sussurro tra le ombre, che trasforma il concetto di perdita in celebrazione. Il brano conclusivo, Goodbye (Hell Of A Ride), con Nourished By Time, chiude il cerchio con una dolcezza disarmante, lasciando l’ascoltatore sospeso tra nostalgia e meraviglia, come davanti a un’ultima immagine sbiadita dalla memoria.
Con “Temporary”, Russell ci invita a guardare la musica come si osserva un tramonto: non per trattenerlo, ma per assaporarne ogni istante prima che svanisca. Un album che non si limita a esplorare il concetto di perdita, ma lo trasforma in un atto d’amore verso la vita stessa.




