Nels Cline – Consentrik Quartet

Recensione del disco “Consentrik Quartet” (Blue Note, 2025) di Nels Cline. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Sono ormai passati nove anni da quando mi prolusi in un tentativo di ricerca della lunga, lunghissima discografia di Nels Cline, uomo dai mille “volti”, in occasione dell’uscita di “Lovers”, primo album a sua firma in uscita su Blue Note. Da quel momento altre tre sono le uscite che il chitarrista dei Wilco ha buttato fuori per l’iconica etichetta losangelina. L’ultimo è proprio “Consentrik Quartet”, che è poi il nome della usa nuova creatura (sempre un quartetto come The Nels Cline 4), completata da Ingrid Laubrock (sax), Chris Lightcap (basso) e Tom Rainey (batteria).

Da “Share the Wealth”, penultimo lavoro sulla linea del tempo, è passato un lustro, inframezzati da “Cousin”, ultima uscita della sua ghenga condivisa con Jeff Tweedy. Il vero amore di Cline, ossia quel jazz mai abbandonato anche quando si nasconde tra le pieghe dell’alt-country, fa nuovamente capolino qui, e come non potrebbe? Si direbbe classico, se così non fosse. Nels guarda ampio, non si ferma né a quanto già raggiunto, né a quel che ci si aspetterebbe. Prendete la ficcante The 23, la sei corde duetta col sassofono, si sgancia, tocca un pizzico di Medioriente (ma proprio un’ombra), su una ritmica all’attacco, sempre in avanti, a tensione altissima, e avrete già un quadro chiaro della situazione. I Consentrik swingano durissimo, quasi heavy, su Surplus, protagoniste le quattro corde di Lightcap che sfondano la prima linea, arrembaggio rhythm-ocentrico con delizioso bridge a colpi di stop’n go noise che picchiano sui denti. Inner Wall riprende quel noise, lo piazza in orizzontale e taglia a metà tutto, si fa oscurità che lambisce, materia che corrode tutto.

Ambienti notturni e più dilatati si fanno spazio in The Returning Angel e la toccante Allende, morbida aria crepuscolare sospesa in aria che aleggia senza atterrare mai. Nell’introduzione di Slipping Into Something, c’è sempre calma, salvo poi esplodere bebop, sempre peso, la batteria di Rainey che sferraglia secco, mentre Laubrock e Cline intessono una tela melodica impreziosita da folies in botta e risposta deliranti. Reverse sdruciti (che mi riportano alla mente il primissimo Frisell) infilzano House of Stream, tra droni ipnotici che presto mutano in un’aria carezzevole e luminosa, senza mai abbandonare il campo. Satomi sono dieci minuti di pazzia, un pestone avant che incorpora la qualsiasi, rumore matto, slabbrate garage, free-form flambé, rockarolla sixties e chi più ne ha più ne metta. Chiude la morbida Time of No Sirens, punto più alto di tutto il disco, che riporta la temperatura a quelle che si sentono dopo mezzanotte in città fumose incastrate nel tempo. Sontuosa leggiadria.

Va da sé, Cline resta il solito signore di sempre, capace di maneggiare la materia jazzistica come meglio crede. Lo fa anche qui. Se lo amate per questo suo lato, continuerete a farlo.

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