Dente – Santa tenerezza
Recensione del disco “Santa tenerezza” (INRI Records/Metatron, 2025) di Dente. A cura di Chiara Crisci.
Una volta ho letto o sentito dire da Dente che se finisse su un’isola deserta, porterebbe con sé, nel suo kit di sopravvivenza, “Anima latina” di Battisti. L’ironia del caso vuole che nel Dente che amo ascoltare ho sempre sentito e sento l’eco della mia educazione sentimentale al suono delle audiocassette di Lucio che credevo, da bambina, fosse un amico fraterno di mio padre. Quell’ancestrale humus musicale che ha nutrito e vivificato i primi dischi del cantautore fidentino torna a dare linfa vitale anche alla sua produzione più recente, soprattutto in alcuni brani della sua ultima fatica discografica “Santa tenerezza” che si diverte a intessere corrispondenze a distanza con tanti versi indimenticabili del repertorio già classico dell’artista.
Se la santità della famigerata Irene era solo presunta nel capolavoro de “L’amore non è bello”, più che autentica suona la Santa tenerezza, epiteto di una languida assenza con cui Dente apostrofa una donna lontana, eppure onnipresente nei pensieri, nei versi di poesie e canzoni, nei labirinti urbani di strade o nelle nuvole.
“Un disco scritto quasi tutto d’un fiato, in pochissimi giorni. Un’urgenza espressiva che non provavo da anni. Queste canzoni parlano di assenza, di perdita e ricerca, di notti insonni, d’amore presente e di sogni futuri.” – così spiega l’artista – “Ho sempre creduto al potere terapeutico delle canzoni e oggi, con questo disco, ci credo ancora di più.”
“Santa tenerezza”, anticipato dai singoli Senza di me, Favola e M’annegasti, con il suo mix di archi, fiati, chitarre e tastiere, nell’atto terapeutico di metabolizzare ed elaborare una perdita, descrive una topografia letteraria dell’esperienza amorosa, tracciata attraverso una vorticosa e incessante ricerca dell’oggetto del desiderio, una illusoria e inappagata quête, degna degli eroi di un poema epico cavalleresco, tra luoghi reali o sospesi a mezz’aria nella dimensione onirica o immaginaria. Così, percorriamo, nota per nota, i vicoli di Bologna; a Milano, ci addentriamo tra le strade, come Corso Buenos Aires, o nella metropolitana, e cerchiamo tra la folla, nelle vetrine dei negozi o nei bar o in un telefono. Può capitare anche di passeggiare per mano su un quieto lungomare, su una spiaggia, o sulla luna d’Estate. Può capitare persino di incontrarsi in un ricordo o in un sogno distratto ad occhi aperti.
Il viaggio di “Santa Tenerezza” è intrapreso a partire da un brano, arrivato come un dono di Natale, il 25 Dicembre scorso: sorretta da “voce e orchestra fantasma”, Senza di me è un fitto dialogo in absentia con l’amata, a cui si pongono interrogativi urgenti che non trovano risposta (“Ma tu come fai a stare senza di me? […] Tu come stai senza di me?”), nel tentativo di razionalizzare una insensata separazione (“E meno male che eravamo così felici”) che logora e spegne lentamente, mentre il tempo trascorre senza più baci (“Se non mi baci, mi spengo”).
Favola, con sonorità allegre anni ‘80 (decisamente ossimoriche rispetto al tema),porta nel vivo la ricerca dell’amata che non vive più a Bologna, poiché ormai i giorni felici dell’amore sono finiti da un pezzo; è così che questa figura di donna assume contorni sempre meno concreti, trasfigurandosi nel ricordo, nelle bolle dell’acqua tonica o nel profilo arioso delle nuvole, mentre il suo nome si legge un po’ dovunque, come una maledizione.
“Con tutti i miei problemi ci mancavi solo tu”: memoria e rimpianto pervadono Corso Buenos Aires, in cui Dente riguarda, a posteriori, i fotogrammi della vicenda amorosa e, se da un lato, si rimprovera di aver creduto ancora nei sentimenti (“Ci ho creduto un’altra volta, è andata male”), dall’altro, non può che stupirsi dell’indifferenza della sua donna “invincibile”, che ormai gli sembra di conoscere pochissimo.
Coniugata a pesanti passati remoti, M’annegasti gioca con le parole e le loro sfumature semantiche, con i collegamenti e le ripetizioni anaforiche anche esterne al brano stesso (“Non posso stare senza te” richiama Senza di me); M’annegasti smembra i corpi degli amanti, li fonde, prima, li scompone, poi, li giustappone come nella figura in copertina. Testa, spalle, labbra disegnano una metaforica anatomia del rapporto d’amore, in cui le dita fanno il solletico alla vita e fanno la guerra.
Nostalgia è la parola chiave di Hey, un accorato invito a tornare a quel passato remoto, ormai quasi un trapassato. Sembra di sentire una nuova, ultima Vieni a vivere (da “L’amore non è bello”, 2009), in cui Giuseppe Peveri chiede alla lei di questa storia di passare di nuovo in quella “casa”, la sua (da intendersi sia letteralmente che per traslato, come in Casa mia, brano di “Almanacco del giorno prima” [2014], in cui fa corrispondere i locali di un’abitazione alle parti del corpo) in cui è sempre Domenica.
Sono coniugati significativamente alla prima persona plurale i titoli di due brani centrali del percorso di superamento dell’abbandono: Non ci pensiamo più e Andiamo via. La prima rappresenta un elegiaco addio alla “donna benedetta”, quella “Santa tenerezza” che si nasconde come la Luna incostante, donna di cui non resta altro che una foto, mentre passano gli anni, cambiano la pelle, le canzoni e i sogni, si aggiungono rughe sui volti, si passa da un’ossessione quotidiana a uno sporadico pensiero, fino a dimenticare il compleanno dell’altro e non pensarsi più, per colpa di un nuovo amore o solo del dolore. La seconda è pregna di una disperata speranza, o forse solo di un’illusione, di riuscire a dimenticare, evitando i luoghi della geografia amorosa descritta fin qui. Nelle notti insonni, il dolore sordo di un vuoto nel letto si fa più insostenibile, acuito da una punta di gelosia, “Quando non c’è più nessuno a cui dire ti amo, non c’è più nessuno a cui dire andiamo via”.
Ironica è Benzodiazepine che, dall’enumerazione di tutte quelle attività piacevoli che si sarebbero potute svolgere felicemente insieme, in un periodo ipotetico dell’irrealtà, giunge, attraverso la considerazione di una “vita catastrofica”, alla disillusa e lucida accettazione della verità alla base di tale impossibilità: “basterebbe così poco: che tu non fossi una stronza ed io un’idiota”.
Il “noi” torna per un estremo sguardo indietro, prima di perdersi per sempre, come Orfeo verso la sua Euridice al limitare del Tartaro: “L’amore è indivisibile, non è invisibile” è l’ultimo incisivo verso di Lungomare che sa di ricordi dal colore avvolgente di una fotografia col filtro seppia e di melodie del Battisti degli anni migliori.
A chiudere il disco arriva inaspettata una canzone scritta a quattro mani da Peveri e dalla cantautrice della Emma Nolde. Si tratta di La città ci manda a letto, il canto di tutte le anime private dal sonno a causa del mal d’amore che vivono la notte di una città insensibile e crudele, in cui può capitare di incontrarsi e perdersi, senza lasciare tracce (o quasi) di quella irripetibile collisione di due mondi, avvenuta solo per una frazione di tempo infinitesimale, se confrontata all’eternità dell’universo.




