Populous – Isla Diferente
Recensione del disco “Isla Diferente” (Latinambient / Peermusic Italy, 2025) di Populous. A cura di Federica Finocchi.
Chiudo gli occhi. Non sono mai stata sulle Isole Canarie. Profondo sospiro di tristezza mista a sollievo. Non sono mai stata a Lanzarote. Immagino sia bello, comunque. Non sono mai stata su un’isola. A dire il vero, ora che ci penso, non sono mai stata chissà dove. Tralasciando le fughe londinesi che ogni tanto fanno bene al mio cuore, non ho mai toccato terre tanto differenti dal mio modo di essere. Peccato. C’è sempre tempo per rimediare, in ogni caso. La mia mente lo sa e per questo, da che io ricordi, ho sempre affrontato grandi discorsi a platee vuote e lunghi, lontanissimi viaggi in posti sconosciuti, a volte nemmeno esistenti nella realtà. La musica ha da sempre stimolato queste mie fantasie così comuni un po’ a tutti noi, adagiando le proprie note e non-note su curve e rettilinei, strade in pendenza e infinite dolci discese da cui scappare alla velocità della luce per raggiungere ogni volta un posto diverso da quello della sera precedente.
Come acqua che sgorga giovane e fresca lungo un sentiero di montagna irradiato da raggi infuocati, così arriva il nuovo disco del producer, deejay, autore di colonne sonore e sound designer Andrea Mangia, in arte Populous. La musica gli scorre nelle vene sin da bambino e, crescendo, diventa un divoratore seriale della parte considerata allora (siamo negli anni ‘90) più alternativa della scena musicale: Seattle, il metal, gli Helmet, gli Unsane, i Meshuggah, e quant’altro la vostra mente possa immaginare. Poi arrivano gli Orbital, arriva la dance music, subentra l’elettronica e tutto prende un’altra direzione. Dalle chitarre distorte si passa alla “computer music”, che ondeggia su tappeti sonori che vanno da Autechre fino agli A Tribe Called Quest, scoperchiando un universo che in Italia si faceva fatica ad immaginare composto da un connazionale. Eppure, Andrea riesce a colpire e affondare una nave carica di insicurezze, togliendo dente e dolore laureandosi in musicologia e, successivamente, tentando la fortuna investendo anima e corpo nel progetto con cui noi tutti, oggi, lo conosciamo. Gli amici glielo dicevano: tu hai un dono, non puoi abbandonare la musica. Coltivala. Creala. Suonala. “Isla Diferente” arriva dopo il trascendentale album “Stasi” (2021), per cui io tutt’ora faccio fatica a trattenere le lacrime mentre ne scrivo, perché un album di tale incorporea bellezza nei suoi suoni d’ambiente che attraversano altri tempi, altri spazi e altri confini, è difficile da trovare. Diciamo che Populous nel tempo ha affrontato fasi evolutive non da poco, avviando il suo percorso con l’etichetta berlinese Morr Music, concentrandosi su ritmi minimali e beatmaking astratti, passando per i deserti infuocati di “Night Safari” (2014), arrivando a metà strada tra Portogallo e Sudamerica coi suoni della cumbia di “Azulejos” (2017), fino agli “orizzonti bagnati dell’Adriatico” di quella perla distensiva e riflessiva che è “Stasi” (2021).
Inverno 2024, Los Valles (Lanzarote). Colline, raccolti, fattorie, campi, l’azzurro limpido del cielo, il verde, il bianco, l’anima che torna a rinascere, il respiro a risplendere, i suoni catturati in quel silenzio così assordante in mezzo ad una natura arida ed inesplorata. Un’isola differente, che cambia sfumatura a seconda della posizione di Luna, Sole, Vento, Acqua, Terra, fondendosi con quegli stessi elementi in una danza a piedi nudi evocativa, sensuale, divertente. Coprodotto da Rocco Rampino e uscito per le due etichette Peer Music e Latinambient, (quest’ultima è proprio la sua ultima, personalissima creazione) “Isla Diferente” si pone come un’avventura tra musica latina, cumbia e reggaeton provenienti dagli abissi più misteriosi dell’isola spagnola. Ritmi tropicali e atmosfere dilatate aprono varchi infiniti alla nostra immaginazione, toccando con mano tramonti che sembrano dipinti e grotte vittime del field recording tanto caro al nostro Andrea, che portava per l’occasione con sé il microfono da mattina a sera, tra scarpinate, passeggiate sulla sabbia, forse anche durante gli aperitivi (chissà?) immersi nel verde dell’isola. E così venne la luce del giorno, un’alba che sa di purezza e incontenibile gioia, nell’intro omonima che accenna già movimenti di capo e coda su ritmi quasi tribaleggianti e danzerecci.
Ci sono poi l’oscurità e l’esoterismo dei singoli Picòn e Objetos enterrados, che sembrano far prendere al disco una direzione più dark, salvo poi aprirsi in distese raggianti, rifugiandosi nell’ipnosi psichedelica di Exotic veneno e farsi di nuovo cullare da movimenti che sprigionano voglia di ballare, ma sempre con prudenza e, perché no, eleganza. Cala di nuovo il buio che segna la fine di una giornata solo apparentemente lunga, perché si sa che in realtà la vita è breve e il tempo che abbiamo su questa terra è relativamente molto, molto poco. L’abbraccio caldo, notturno, rarefatto della traccia finale che riprende gli echi delle note del brano introduttivo fa ripensare proprio ai climi del precedente disco Stasi (che io amo, se non si fosse capito) e finalmente possiamo coricarci non prima di aver messo, però, la sveglia – come ogni giorno – alle 6.30, pronti a riprendere la stessa routine daccapo, ogni volta con uno stimolo diverso a trovare un senso a questa esistenza.
Lanzarote, è così che voglio ricordarti nei miei sogni ad occhi aperti ogni qualvolta “Isla Diferente“ cavalcherà l’ultima traccia e io sarò già proiettata al nostro successivo, virtuale incontro. Lanzarote, io non ti ho mai vista, ma ora so che suono hai ed è tutto ciò che realmente conta.




