Deeplomat & Dublatov – AmbiDextros
Recensione del disco “AmbiDextros” (Dream Dome Records, 2025) di Deeplomat & Dublatov. A cura di Andrea Ghidorzi.
C’è un punto di intersezione in cui il futuro si ripiega sul passato, dove i circuiti respirano e le macchine imparano a riflettere. “AmbiDextros” nasce esattamente lì, in quella terra di nessuno tra istinto e ingegneria, algoritmi e uomo.
C’è qualcosa di profondamente magnetico nel nuovo lavoro del duo valenciano Deeplomat & Dublatov. Un disco che non si accontenta di omaggiare le radici della musica elettronica ma le metabolizza, trasformandole in materia viva, sempre in bilico tra il rigore dell’architettura sonora e il caos controllato dell’improvvisazione. Le dodici tracce delineano le coordinate di una mappa in continua espansione. La ritmica non è solo movimento, ma tensione centrifuga, un moto perpetuo che sembra sfuggire alla gravità del dancefloor per avventurarsi in traiettorie impreviste.
Già dalle prime battute di Down Bit (Rehash), l’album svela la sua natura bifronte: da un lato l’impeto cinetico delle drum machine, dall’altro la flessibilità delle armonie sintetiche, che si piegano e si distendono in uno spazio sospeso tra passato e futuro. Il groove serrato di Trail Mix Tape e l’ipnotica progressione di Coastal Express consolidano questa duplice anima, dove rigore tecnico ed emozione si intrecciano senza soluzione di continuità.
Ma è nel cuore dell’album che “AmbiDextros” rivela la sua vera essenza. La title track è un trip visionario, un flusso di coscienza elettronico che richiama le derive della Intelligence Dance Music più sperimentali di Autechre e Plaid. C’è qualcosa di alieno eppure familiare in questo lavoro: parla la lingua della techno e dell’electro, ma con un accento glitch, nutrendosi di funk sintetico e pulsazioni IDM per trasformarle in puro flusso cinetico. Qui non c’è nostalgia, ma possibilità. Acid Sunshine è la polaroid di un rave mai esistito, mentre Autolegends evoca un futuro che prende forma pezzo dopo pezzo, come un’IA che impara a comporre melodie sognando Detroit.
Le macchine non dominano, né si lasciano dominare. Il confine tra organico e digitale si dissolve in un equilibrio sottile, dove l’analogico si fonde con l’ignoto. Il viaggio dell’album culmina in un punto di non ritorno, una soglia in cui caos e armonia si sfiorano senza mai annullarsi. Poi, lentamente, tutto si disperde, lasciando dietro di sé un’eco lontana, il riverbero di possibilità ancora inespresse.




