Dead Bandit – Dead Bandit
Recensione del disco “Dead Bandit” (Quindi Records, 2025) dei Dead Bandit. A cura di Giovanni Mastrapasqua.
I Dead Bandit sono un duo strumentale americano/canadese attivo da qualche anno e ora alla prova del terzo disco omonimo, sostanzialmente a solo un anno di distanza dall’ultimo ed ottimo “Memory Thirteen“. La band, o forse sarebbe meglio definirlo un progetto, continua a portare avanti il suo percorso totalmente devoto e immerso nella creazione di atmosfere evocative e affreschi sonori cinematografici, spesso non lontanissimi da quell’universo infinito che viene definito ambient.
La differenza che però risulta evidente riguarda l’ampliamento delle influenze musicali presenti in “Dead Bandit“. Oltre alla musica ambient, anche questo nuovo lavoro presenta sonorità avvicinabili al post-rock più atmosferico e, in misura leggermente minore, allo slowcore. Ma, come dicevamo prima, qui compaiono anche spesso ambientazioni non lontane da certe atmosfere fumose alla Portishead oppure, sebbene in misura minore, ritmi vagamente accostabili a certo post-punk.
La più grande qualità dei Dead Bandit è proprio la varietà di suoni e colori che permeano i loro lavori, e questo nuovo capitolo non fa eccezione, risultando anzi ancora più variegato. Solo prendendo in esame i primi cinque brani, questa peculiarità emerge in maniera evidentissima: Milk è un brano ambient/lo-fi, Weeds è ricca di feedback, distorsioni e riverberi tipici di certo post-rock atmosferico, Glass è un mix di trip-hop suadente e dub, le ritmiche post-punk di Half Smoked Cigarettes e le trame sognanti e letargiche di Miles si avvicinano tanto al dream-pop quanto allo slowcore. Dopo un brano nuovamente ambient come Sheets, sembra ripartire lo stesso loop, ma poi con Buttercut compaiono quelle atmosfere a metà tra western e gothic, già presenti nel precedente lavoro, ma questa volta su una base trip-hop. Un brano davvero notevole, così come la successiva Pink, che riprende lo stesso canovaccio, ma con un uso ancora maggiore e magistrale di riverbero e delay.
Il disco, uscito ancora una volta per l’ottima etichetta fiorentina indipendente Quindi Records, prosegue sempre in maniera fluida e, seppur molto apprezzabile dal punto di vista qualitativo e musicale, risulta essere anche un’ottima base di sottofondo mai scontata o banale per serate in totale rilassatezza tra amici.
Un’altra caratteristica che si può notare, seppur meno evidente rispetto all’eclettismo, è il legame con la città e il bacino musicale di Chicago, dove hanno base Ellis Swan e James Shimpl. Chicago, infatti, tra l’inizio e la metà degli anni ’90 ha sfornato e formato un gran numero di band di spessore, fortemente influenzate da quel germe sonoro impiantato dalla terra del ragno degli Slint in poi. Questa particolarità non li discosta poi molto da un’altra band del roster della Quindi Records, i Bondo.
“Dead Bandit” è un disco realizzato con grande cura e passione: tutti i giochi di luci ed ombre, l’uso sempre perfetto di loop, feedback, distorsioni ed effetti vari, sono veramente da manuale. Ma soprattutto, riuscire a comporre un lavoro così intangibile, etereo e sfuggevole in termini di sonorità, ma al tempo stesso emozionante e ricco di sfumature senza mai scivolare nella noia o nel ripetitivo, non è per niente facile. Chissà cosa ci riserveranno i due abili manipolatori di suoni nel prossimo disco.




