Uwade – Florilegium

Recensione del disco “Florilegium” (Thirty Tigers, 2025) di Uwade. A cura di Maria Balsamo.

Nel latino medievale un florilegium era una raccolta di citazioni di scritti che derivavano dalla tradizione del commonplace book. La “raccolta di fiori” di parole e pensieri altrui rappresentava uno strumento utile all’insegnamento della scrittura. 

Ed è Uwade, originaria del North Carolina, a riprendere il concetto letterario di florilegium all’interno del suo album di debutto. In cerca delle proprie radici etniche e musicali, “Florilegium” le consente di intrecciare generi diversi tra loro, come la musica classica, la afro e il pop, fino a raggiungere un senso identitario definitivo. I temi affrontati nell’album prodotto dalla Thirty Tigers sono la morte, le rotture sentimentali, l’amicizia e il fallimento personale. Ma “Florilegium” consente a Uwade di onorare, soprattutto, le proprie origini nigeriane, il senso della famiglia e il suo background (che traspare nettamente nei cori). La letteratura e le melodie che le scuotono ispirazione sonora si rifanno alla produzione di artisti come Fela Kuti, Yebba e Julian Casablancas degli Strokes. 

Attualmente Uwade frequenta il primo anno di dottorato in California, dopo aver studiato Lettere Classiche alla Columbia e a Oxford. Ed infatti, grazie ai suoi studi, Uwade crea canzoni con studio e attenzione. In quanto letterata curiosa e razionale, genera momenti musicali che appaiono concreti e al contempo freschi e innovativi. 

The Place In the Sky, un posto nel cielo, brano d’apertura che è un delicato manifesto artistico. Parole profetiche sono sussurrate mentre cori celestiali avvolgono il canto femminile. “I don’t wanna believe this world will let me down, Clinging hard to the places I swear I’ve always known, But this branch is unsteady, and I want something more, So whenever you’re ready, I’ll ask for you at the door“. Call It A Draw, il soul lenisce le ferite lasciate ancora intatte da una burrascosa rottura. Mentre i tamburi di sottofondo fanno l’occhiolino all’universo afro, il canto di Uwade ci trasporta in una dimensione pop danzante. La malinconia fa presto spazio all’energia della rinascita. Non c’è tempo per stare fermi qui: “I’ve been trying hard to save my breath, Praying this is just another test, But I was tryna melt into your arms, I never knew the harm“.

Harmattan, il vento arido del Sahara soffia sui pensieri. Anticipatore di ipotetici disastri naturali, funge da preludio per una rinascita esistenziale. Il canto vibrante di Uwade ci trasporta distrattamente e con dolcezza in Africa: “Living through every moment, Letting go all I’ve been holding onto, Portraits and terrible visions haunt me,’When will you decide? Are you happy with your life?'”. Giù, nel profondo senso delle cose, è tempo per l’arrivo di una nuova alba. I Wonder What We Are Made Of, echi di pop si uniscono a sottofondi pulsanti. “May you see the sun shine fondly on your garden, Show me all the things that grow, May you never let your gentle heart be hardened, Call me when you’re missing home“. La sensualità del canto celebra l’emotività nella distanza. L’origine dell’io è al centro del testo. Il refrain centrale riecheggia per non distogliere il focus dal senso dell’amore.  

Negli ultimi anni sembra che Uwade sia stata presente (in sordina) un po’ ovunque. La sua voce ha aperto l’album dei Fleet Foxes Shore“, candidato ai Grammy. Con la band ha proseguito in una collaborazione che l’ha portata a fare da supporto, aprendo i loro concerti. L’artista afroamericana ha collaborato anche con grandi nomi dell’R&B e dell’indie come Jamila Woods, Sylvan Esso e i The Strokes. La sua produzione solista include una manciata di singoli, come l’esuberante Do You See the Light Around Me? e il più cupoThe Man Who Sees Tomorrow. Ma ora, finalmente, è arrivato un album tutto suo.

“Florilegium” è un’antologia scintillante e dolce che fa luce sul dolore. Amalgama di influenze disparate e sessioni di registrazione che si fondono attraverso una voce espressiva ed espansiva.

Post Simili