Stereophonics – Make ‘em Laugh, Make ‘em Cry, Make ‘em Wait

Recensione del disco “Make ‘em Laugh, Make ‘em Cry, Make ‘em Wait” (EMI, 2025) degli Stereophonics. A cura di Chiara Crisci.

Otto tracce e ventinove minuti basteranno per ritrovare, con il loro ultimo album in studio, il tredicesimo in una consolidata carriera trentennale, gli Stereophonics con il loro sound consueto e la timbrica ruvida e graffiante inconfondibile e familiare del frontman e autore dei pezzi, Kelly Jones

Pionieri del britpop negli anni ‘90, gli Stereophonics hanno trovato, negli anni, una dimensione confortevole nella mescolanza delle sfumature del rock d’autore col pop, un mix che si presta alla riconoscibilità immediata da parte del pubblico più affezionato e si esprime al meglio nei live. In effetti, anche “Make ‘em Laugh, Make ‘em Cry, Make ‘em Wait” si muove su una scia di continuità rispetto al passato più remoto e recente della band gallese.

Fin dell’apparizione sul palco dei Coldplay, nel 2023, a Cardiff, come guest star di Kelly Jones, che ha fatto impazzire il pubblico con l’interpretazione di Dakota, celebre brano di repertorio, tratto dal fortunato “Language. Sex. Violence. Other?” (2005), mi sono detta che sarebbe stato davvero bello se fosse uscito qualcosa di nuovo degli Stereophonics del calibro di Maybe Tomorrow o Graffiti on the Train che abbiamo amato e che li hanno posti in cima alle classifiche. 

L’annuncio di un nuovo disco e il rilascio del primo singolo There’s Always Gonna Be Something è stato accolto con entusiasmo negli scorsi mesi, da chi, come me, aspettava questo ritorno in grande stile. In copertina, una semplice scritta campeggia dipinta su uno sfondo rosa e promette: “Falli ridere, falli piangere, falli aspettare”. La promessa è quella di suscitare emozioni, anche contrastanti, che la studiatissima tracklist, che alterna ballate malinconiche a inni da stadio, sonorità più folk a sferzate più pop rock, tenta pedissequamente di mantenere.

L’album si apre con toni epici e trionfali da concerto rock o da jam in studio, fintamente improvvisata, con un brano intriso di luce e vibrazioni positive e ottimistiche. Make It on Your Own inneggia alla speranza e all’accettazione delle fragilità, ricco di archi e sonorità ariose, in cui l’amore è descritto come forza inarrestabile capace di infrangere muri e resistenze. Questo tono euforico si protrae in There’s Always Gonna Be Something, in cui predomina la riflessione sui tempi moderni e l’inadeguatezza dell’essere umano nel gestire i cambiamenti. Nonostante tutto, la voce rauca del frontman incoraggia a non mollare la presa, perché ci sarà sempre qualcosa di buono ad attenderci.   

Seems Like You Don’t Know Me, secondo singolo estratto, sperimentando con sintetizzatori, drum machine ed elementi di chitarra acustica, crea un suono accattivante e malinconico, per esplorare le incertezze e gli interrogativi delle relazioni, giocando metaforicamente con il richiamo al topos letterario fiabesco della fanciulla rinchiusa in una torre e dell’innamorato col cuore spezzato. Con Colours of October il registro cambia e ci troviamo di fronte a una ballad acustica struggente, magistralmente confezionata alla maniera dei migliori Stereophonics: un testo poetico dipinge con i colori dell’autunno una giornata di Ottobre e l’amore vissuto con vulnerabilità nella stagione delle foglie che cadono. Eyes Too Big for My Belly tenta di smorzare i toni, virando verso il rock più deciso e tagliente, senza riuscirci a pieno. Ci fa rimpiangere il coraggio dei primi lavori della band. Giungono decisamente noiose e ripetitive, pur dopo appena cinque brani, le armonie di Mary Is a Singer e Backroom Boys. Le storie in esse raccontate, quella di Mary, una cantante “maledetta” sull’orlo del baratro, e quella dello stesso autore che rimpiange un passato più semplice e genuino, sono interessanti, ma il sound acustico alla Have a Nice Day o che mima Dylan ha fatto il suo corso, tanto che la lacrimevole Feeling Of Falling We Crave, anch’essa in chitarra acustica, anch’essa sul senso di perdita e su un amore al tramonto, reca finalmente un senso di sollievo.

Make ‘em Laugh, Make ‘em Cry, Make ‘em Wait” è un disco che, a fronte delle promesse espresse in copertina di sconvolgere l’ascoltatore dal punto di vista emotivo, manca di smalto, originalità e autenticità. La liricità testuale quasi degna, per immagini e scelte lessicali, della migliore poesia romantica e decadente è decisamente sorprendente e del tutto inusuale di questi tempi. Ogni nota è scelta ad hoc per valorizzare la vocalità particolarissima di Kelly Jones. Tutto è studiato nel minimo dettaglio con maestria di una band che si è meritata sul campo la fama e il rispetto nel panorama musicale internazionale, tanto da risultare artefatto e affettato.

Sembra proprio mancare qualcosa a questo disco che resta una promessa non mantenuta. Forse a mancare sono stati i brividi alla schiena che ero sicura di provare con un disco perfetto sulla carta, che risponderà al gusto e alle aspettative della fanbase della band, ma che temo non riascolterò.

Post Simili