We Are Scientists – Qualifying Miles

Recensione del disco “Qualifying Miles” (Grönland Records, 2025) dei We Are Scientists. A cura di Chiara Crisci.

Quante miglia hanno macinato nel loro viaggio ventennale i We Are Scientists? Il duo californiano, composto da Keith Murray (voce e chitarra) e Chris Cain (basso), se lo chiede e tenta di fare un bilancio con il suo nono album in studio, “Qualifying Miles”, un disco suonato alla vecchia maniera, che ci riporta indietro al sound di qualche decennio fa. Ci riporta ai viaggi su quattro ruote, magari per arrivare ad uno sperduto festival musicale estivo, e alle compilation casalinghe che li accompagnano, rigorosamente masterizzate sui nostri vecchi CD. Ci riporta con un po’ di malcelata nostalgia a qualcosa di irrimediabilmente perduto attraverso eleganti falsetti, chitarre che richiamano le radici indie rock degli anni Novanta e primi Duemila, energica spontaneità, sensibilità autentica e testi meditabondi, velati di ironia.

Il viaggio di “Qualifying Miles” consta di ben 12 tappe, una per ogni traccia, tutte accomunate da una medesima cifra stilistica, essendo sorrette da onnipresenti chitarre, e da una identica sensibilità tematico-emotiva, avendo sempre come fil rouge la nostalgia.

Abbiamo scelto queste canzoni principalmente perché avevano una certa sensibilità rock-chitarristica anni ‘90”, ha osservato Keith. “Ma una volta iniziato a lavorarci, mi sono reso conto che molti dei testi continuavano a tornare alla nostalgia, alla perdita e al dolore agrodolce del passato.

A Prelude to What ci accoglie con cori, falsetti e chitarre per constatare l’ineluttabilità del tempo che passa, mentre Starry-Eyed propone riflessioni autoironiche sulla vulnerabilità emotiva. Dead Letters ha un’atmosfera introspettiva folk rock delicata e malinconica, congeniale ai messaggi mai ricevuti, attese e promesse infrante di cui racconta; più ariosa è What You Want Is Gone che incoraggia chi si aggrappa al passato a lasciarlo andare. In The Same Mistake e A Lesson I Never Learned, emergono una certa presa di coscienza della propria colpa e degli errori del passato, in un momento di epifania necessaria, dopo essersi guardati indietro. Please Don’t Say It, il primo singolo estratto, riporta esattamente l’ascoltatore nei club musicali di inizio millennio, con linee di basso e chitarra tipici della scena indie rock dell’epoca. Accompagnata da un ironico video, il brano ricorda i The Killers degli anni migliori. Sulla stessa linea si muove The Big One, altro singolo energico, che celebra la sensibilità rock anni ‘90 e band come i Weezer, con un testo emotivo sulla necessità di vivere intensamente.

Brano lento e meditativo, I Could Do Much Worse affronta il peso della maturità e l’orgoglio per le difficoltà superate. Con una buona dose di ironia, in I Already Hate This, si sviscerano anche l’ansia dei trentenni di oggi per la vita adulta, la paura della routine, la tendenza a prefigurarsi sempre al peggio. Chiudono il disco vibes propositive, nonostante tutto. 

The Mall in My Dreams, dalle spiccate reminiscenze indie, con il suo “Don’t change for anyone”, vuole essere un invito all’autenticità, a conservare uno spirito libero e una piena individualità. Promise Me, invece, rappresenta una chiusa dream pop sognante e speranzosa, come una promessa lasciata sospesa.

In un distopico e inumano presente abitato da guerre di proporzioni indicibili e catastrofi climatiche, in cui il panorama musicale comincia a propinarci band e artisti inesistenti creati dall’AI e musica ammiccante plasmata ad hoc, dopo un’attenta indagine di mercato, sui nostri guasti e sulla nostra carenza cronica di neurotrasmettitori regolatori dei meccanismi di piacere e ricompensa, ci sono degli artisti reali che resistono a fatica. Spesso non possono far altro che guardare al loro passato. 

I We Are Scientists fanno questo con consueta classe, senza slanci memorabili, senza rischi. Il problema di un disco come “Qualifying Miles” è che, oggi, non intercetta a pieno i nostri bisogni contingenti. Se da un lato, ci confortano i revival anni ‘90 di band e dischi immortali come quelli dei fratelli Gallagher o di Richard Ashcroft, forse abbiamo bisogno di più audacia, forse non è più tempo di compiacerci nell’autocommiserazione e nella rievocazione degli anni gloriosi che furono e di indugiare nella procrastinazione, forse è il tempo di agire e provare a rivoluzionare un mondo che non ci piace più e non è più tarato sui nostri sogni e sulla dimensione delle nostre aspettative o, per lo meno, sarebbe tempo di riqualificare il mercato musicale. 

Post Simili