Giorgio Poi – Schegge

Recensione del disco “Schegge” (Bomba Dischi/Sony Music, 2025) di Giorgio Poi.

Cosa accade dopo un’esplosione? Schegge, scintille, pezzi sparsi che cercano un senso nel caos. L’energia si disperde, le particelle si separano.  Dal disordine prende vita nuova materia. Come ci insegna il principio del Big Bang, dalla rottura nasce l’armonia perché ogni cosa, ogni singolo frammento irregolare e tagliente di scheggia cercherà un modo per ricomporsi. 

Alla luce di tale consapevolezza, si muove “Schegge”, quarto album di Giorgio Poi, nel tentativo di raccontare in musica una nuova storia fatta appunto di frammenti lanciati e dispersi in molteplici traiettorie inedite. 

A tre anni di distanza da “Gommapiuma”, il nuovo disco di Giorgio Poi nasce a seguito di una fase di profonda trasformazione, che, come un’esplosione, ha lanciato nello spazio scintille di vita e sentimenti in collisione, tradotti poi in stratificazioni di suono e narrazioni poetiche, visionarie e cinematografiche. Da segnalare che tutti gli strumenti suonati nel disco e ogni dettaglio sonoro è ad opera del cantautore, con l’amichevole supervisione di Laurent Brancowitz dei Phoenix, punta di diamante del panorama francese degli ultimi decenni. 

Da un lato, le melodie del disco, interamente registrato nello studio della Città Eterna, risuonano in testa sin dal primo ascolto: le ballad delicate vengono vestite da sonorità ricercate e da quell’inconfondibile sensibilità a cui negli anni Giorgio Poi ci ha abituati. Dall’altro, le parole raccontano storie di attese e distanze, scelte inevitabili e sogni impossibili: cieli bucati da sputi e amori che nascono dagli occhi e si riconoscono in un mondo che non gli appartiene. Il candore delle immagini quotidiane si sviluppa tra ironia e malinconia, quasi a rivelare lo strato più profondo, quello immediatamente sotto la superficie, come fosse uno strato di vernice troppo sottile per nascondere le macchie su una parete, o cancellarne l’anima di amianto.

Nove schegge, nove brani, nove istantanee precise; piccoli quadri surreali e poetici, punteggiati da ironia e freddure fulminanti. Questo è “Schegge”, un viaggio attraverso scenari dal realismo magico, con dettagli che sembrano rubati a un sogno ad occhi aperti, dove l’instabilità diventa movimento, la ricerca libertà: “Mi piace sentirmi esploso, sprigionato, sparato via insieme a tutto e a tutti – racconta il cantautore romano – una scheggia fra altre infinite schegge”.

Il disco si apre con la prima scheggia, Giochi di gambe, brano scritto per ultimo, cronologicamente, ma che racchiude in sé il senso dell’intero percorso creativo del disco: frammenti di pensieri ed emozioni si intrecciano a quell’incessante ricerca di equilibrio tra desiderio di appartenenza e necessità di perdersi. Chitarra, giro magnetico di basso e la voce di Giorgio Poi: “Non voglio niente di speciale / No, non voglio niente da rincorrere o evitare”. La seconda scheggia, Nelle tue piscine, tra voci sintetiche e battiti di mani, esplora il contrasto tra ignoto e sicurezza, nel disperato tentativo di rimanere a galla: “Se negli occhi si formerà un oceano / Quanti giorni si fermerà? Tutti quelli che servono. / Ma passami a trovare quando hai voglia di ridere, / Si può morire senza morire e vivere senza vivere”.

Uomini contro insetti, terza scheggia del disco, prende in prestito il nome dal titolo di un saggio contenuto nell’”Elogio dell’ozio” di Bertrand Russel. Una composizione senza ritornello, un susseguirsi di immagini e riflessioni che spaziano dall’ambiente al turismo, dall’amore alla religione fino ai virus labiali; una ballad elegante dove synth, chitarra, basso e batteria creano un arrangiamento morbido e sospeso con un Glockenspiel che interviene a tratti, quasi come un’eco delicata e surreale che ritorna ciclicamente – “Dove tu non sei tu e io non sono io”.

Un malinconico synth introduce la quarta scheggia, Non c’è vita sopra i 3000 kelvin, brano che esplora la natura dei grandi amori incompleti, quelli che restano sospesi tra passione e impossibilità. “Grandi amori fatti di pochi sguardi, per riconoscersi come due intrusi in un mondo d’altri”, perché, in fondo, tra distanza e desiderio “Non c’è alibi più debole di un alibi di ferro / Per continuare a piangersi addosso”. Quinta scheggia, Les jeux sont faits, il tempo delle scelte è ormai compiuto: “Le nostre storie sono piccole e alcune stelle nel cielo non esistono più” – canta Giorgio Poi con l’amara consapevolezza che certe cose finiscono ancora prima di rendersene conto – “Un’ultima carezza e adesso siamo cenere. / Ci siamo spenti davvero io e te / E adesso siamo cenere”.

Come d’abitudine, la title track Schegge è l’unico brano strumentale. Una semplice melodia di sintetizzatore scivola morbida su un giro armonico di pianoforte; un’eco sognante e malinconica posta bel cuore del disco ad evocare il concetto di frammento musicale. Segue la settima scheggia, Tutta la terra finisce in mare, introdotta da accordi dal sapore jazz che lasciano il posto ad un travolgente ritornello capace di accendere la luce “nel buio più cocciuto”, mentre sorvoliamo una terra che si sgretola e ci trascina via con sé nella sua corsa verso il mare: “Dai finestrini delle astronavi e dai satelliti, / Sotto le ali dei deltaplani come diavoli, / Con la testa fra le nuvole vedrai / Che tutta la terra finisce in mare, / Anche io e te”.

Un aggettivo, un verbo, una parola, la scheggia numero otto è la grammatica di un addio.  Ogni strumento e la voce di Giorgio Poi diventano la punteggiatura di una canzone scritta nell’attimo esatto in cui l’addio si compie, tra ricordi di capelli sfogliati come pagine, un domani che arriva inesorabile e una richiesta sospesa a mezz’aria tra speranza e accettazione: “Scrivimi, qualcosa arriverà. / Un aggettivo, un verbo, una parola, / Mandami soltanto la punteggiatura. / Scrivimi, ti sorprenderà”. A chiudere il disco, come cullati tra le onde di un sogno, l’ultima scheggia, Delle barche e i transatlantici, è una riflessione onirica scartando “biscotti della fortuna che dicono sempre la verità”. Un riff di chitarra delicato e impalpabile intrecciato ad una linea di basso, che pare fatto di gomma, tratteggiano con grazia immagini evocative e desideri di “un’altra America” e nuovi orizzonti: “Soli sulla terra nella gara dei confini / I disegni su una palla con cui giocano i delfini. E anch’io vorrei fidarmi delle barche e i transatlantici, Delle correnti calde che mi invitano a rincorrerli”.

“Schegge” è il vero e proprio manifesto della sensibilità artistica di Giorgio Poi, un album che tenta di accendere la luce “nel buio più cocciuto”, tra esplosioni e sospensioni, suoni avvolgenti e narrazioni cinematografiche. Una scheggia che, come tutte le schegge, resta difficile da rimuovere. 

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