Phomea – Il sonno delle balene

Recensione del disco “Il sonno delle balene” (autoproduzione, 2025) di Phomea. A cura di Maria Macchia.

Viviamo come immersi in un sonno profondo, tra azioni ripetute quotidianamente e divenute quasi automatiche ed un clima mediatico che vorrebbe ottundere, ottenebrare la nostra mente con un continuo flusso di informazioni e contenuti aventi l’effetto di rendere l’essere umano sempre meno reattivo e consapevole della propria essenza. Ma ci sono istanti in cui torniamo a galla, anche solo un attimo, per respirare. È questo l’assunto che sta alla base dell’album “Il sonno delle balene” di Phomea.

Il cantautore pistoiese è al suo terzo lavoro solista: il disco di esordio, “Annie”, dedicato alla madre scomparsa, era uscito esattamente 6 anni fa, il 18 aprile 2019, seguito nel 2022 dall’ambizioso “Me and my army” in cui Fabio Pocci (questo il suo vero nome) si era avvalso di ben venti collaboratori, tra i quali Flavio Ferri. Per questo nuovo progetto Phomea torna alla lingua italiana come veicolo espressivo, mentre le sonorità sono quelle dell’indie e dell’alt-rock. Pocci è autore delle musiche e dei testi, ha suonato quasi tutti gli strumenti (chitarra, basso, pianoforte, violoncello, synth) ed è coproduttore dell’album insieme a Lorenzo Pinto.

Il sonno delle balene” prende spunto una foto di Paul Nicklen in cui un capodoglio dorme, sospeso a pochi metri dalla superficie, sempre vigile e mai del tutto addormentato. È questo l’atteggiamento – sembra voler ammonire il songwriter – che dovremmo assumere: ci sono infatti momenti, come può essere quello di un abbraccio, in cui ci si “risveglia” e si coglie, finalmente, il senso dell’esistenza, al di là delle storture – iperconnessione, culto dell’apparenza, inautenticità dei rapporti umani – che contraddistinguono la contemporaneità.

L’album si compone di dodici tracce e vuol essere, come ha commentato il musicista stesso, una sorta di viaggio lungo 45 minuti ed insieme un abbraccio, appunto, dentro il quale ritrovare “affetto, gioia, passione, malinconia, voglia di rivalsa, odio, paura, sollievo, solitudine. Un abbraccio non si programma, è una connessione spontanea dove provare a riconoscersi veramente”. Il viaggio sonoro ha inizio sul Bagnasciuga: il breve opener è una sorta di dichiarazione di intenti, in cui si intuisce che l’amore possa essere un porto sicuro in cui rifugiarsi per sfuggire ad una realtà che non ci appartiene. A seguire, Un giorno perfetto – in cui spiccano il controcanto di Elisa Barducci e gli assoli di chitarra – evoca il vano tentativo di inseguire la perfezione senza mai raggiungerla. 

La title track si apre con voce e chitarra, mentre l’ingresso di chitarra elettrica, batteria (quella di Alessio Giusti) e synth introduce al nucleo tematico del brano e di tutto il disco, il dualismo tra sonno (“quando dormo non penso più”) e veglia, intesa come necessaria presa di coscienza di sé e del proprio stare al mondo. Si cambia decisamente registro con Odio: qui un sound rock più aggressivo e quasi punk riveste una serie di considerazioni sul vuoto di valori e la deriva ideologica che affliggono la società contemporanea. Antidoto all’inevitabile smarrimento, secondo Phomea, può essere riscoprire “il piacere e la bellezza dell’attesa”. 

Perché è solo il nome a volte invoca un’oasi nel deserto, vale a dire la possibilità di trovare momentaneo sollievo alla superficialità e all’incomunicabilità. L’unica traccia in inglese è Stronger, in cui Fabio dialoga con la suadente vocalità di Elisa Barducci su un soffice tappeto sonoro di pianoforte, synth e batteria. Introdotta dalle trame di un violoncello, La vendetta è una valvola perfetta si gioca sulla ripetizione quasi ossessiva di due frasi, come altrettanti mantra, mentre in Alter ego voce, chitarra, fiati e synth descrivono il dissidio interiore insito nell’animo dell’io lirico, in un potente crescendo strumentale nella seconda parte del brano che allude alla crescente inquietudine e all’inconciliabile scissione tra le due componenti del sé, una conformista, l’altra libertaria.

Muoversi controtempo parte come una ballad acustica e vuole essere una riflessione su che cosa significa essere un artista, ma anche – e soprattutto – un individuo autentico all’interno di una relazione di coppia. A chiudere il cerchio e a conclusione del viaggio ci ritroviamo ancora sulla spiaggia, dove è possibile tornare a costruire Castelli di sabbia dopo aver affrontato la marea, fronteggiando a cuore aperto la complessità che ci circonda.

Il sonno delle balene” è un album che si caratterizza per testi intimisti e profondi, arrangiamenti elaborati e soluzioni sonore originali e ricercate che conferiscono ai brani atmosfere variegate, ma nell’insieme coerenti. Una valida prova per Phomea, cantautore che meriterebbe adeguata visibilità in un panorama musicale come quello attuale, fatto(prendiamo a prestito uno dei suoi versi) “di plastiche non riciclabili”, in cui c’è bisogno di artisti che riescano a risvegliare le coscienze degli ascoltatori.

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