Propagandhi – At Peace

Recensione del disco “At Peace” (Epitaph, 2025) dei Propagandhi. A cura di Andrea Vecchio.

Prima di mettermi all’ascolto di “At Peace”, il disco nuovo dei Propaghandi, mi sono ripetuto, per almeno cinquanta volte di fila, “sono venticinque anni che sono cambiati, fattene una ragione”. 

Pensavo potesse servire a qualcosa, questo mantra. Per farmi accettare innanzitutto il fatto che io sia invecchiato, ma che soprattutto i Propagandhi non siano più quelli che ho vissuto io, quelli dell’epoca Fat Wreck, che ci esaltavano con Myth, Muscle, Etiquette e le canzoni contro Cartesio. Il fatto che però nemmeno ci stiano riprovando, a ricalcare qualcosa di quegli anni e riportarla per quelli della mia generazione, lo trovo enormemente offensivo. È come la fine di una storia d’amore, è una pietra troppo pesante da posare da soli. Se avevo fatto lo sforzo di arrivare almeno sino in fondo a “Potemkin City Limits” ora, davvero, mi risulta arduo l’ascoltare due brani di fila, di questo disco nuovo di pacca a metà tra il rock’n’roll e il punk melodico. 

È una situazione che mi destabilizza, perché insomma, i Propagandhi sono e saranno sempre un gruppo fondamentale per molti di noi. Un gruppo che ci ha insegnato ad essere militanti con l’intelletto, prima di tutto. Ci ha descritto le situazioni internazionali come quelle locali, ci ha fatto esultare tanto, ci ha fatto sentire differenti. 

“At Peace” è ancora più invasivo e trascinato di “Victory Lap”, per intenderci. L’inizio rockeggiante di Guiding Lights non fa che rallentare il mancato decollo di una canzone che, essendo la prima di un disco punk, dovrebbe colpire al primo ascolto, stravolgere. Non sono più i tempi di Mate Ka Moris Ukun Rasik An e avevamo basse aspettative, però così è davvero troppo. At Peace è troppo parlata e la successiva Cat Guy, scelta dai canadesi come singolo di lancio, stanca dopo un paio di ascolti. God of Avarice sembra uscita da un disco a caso dei primi duemila dei Bad Religion, così come Benitos’ earlier work. Parliamo poi della lunghissima Fire Season, che sfocia persino in un math-core improvvisato e senza né capo né coda. Zero urla, zero ritornelli, zero stop’n’goes. Day by Day, che dovrebbe essere il brano più vecchia scuola, è uno sconfortante patchwork di quanto Chris, Todd e Jord abbiano prodotto negli ultimi venticinque anni. 

È indubbio che il messaggio sia sempre lo stesso, per carità. È fuori discussione l’impegno dei Propagandhi su larga scala, per questo internazionalismo punk rock che affonda le radici in ambientalismo e anticapitalismo, però i ragazzi credo abbiano bisogno di altro, se vogliono acculturarsi o perché no, approfondire alcune granitiche convinzioni. Hanno bisogno di ritrovarsi nelle loro canzoni, nella loro ironia, nella loro opposizione, tout cour, musicale, ai canoni dell’epoca: hanno bisogno, tipo, dei loro primi due dischi. 

E comunque ascoltatevelo, questo “At Peace”. Perché “sono venticinque anni che sono cambiati, fattene una ragione”.

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