Sextile – yes, please
Recensione del disco “yes, please” (Sacred Bones, 2025) dei Sextile. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
I Sextile avevano attirato la mia attenzione due anni fa con quel signor disco che era “Push”, terzo in linea di successione per la band losangelina composta da Melissa Scaduto e Brady Keehn (all’epoca affiancati da Cameron Michel). Passati da un sordido post-punk imbevuto in rumorismi a grana grossa a un ibrido ancor più abbacinante, fatto di piste da ballo e rave party brutali, ma con inserti iperpunk in odore di anarchismo crassiano che si accoppiavano senza ritegno con jungle e d’n’b tanto gelide quanto sudate.
E di band prima folgorate sulla via dell’acido se ne sono viste quante ne volete, passando tra Happy Mondays e Primal Scream, ma lì si parla di mostri sacri con il guizzo del genio. Sextile è una bestia simile? A conti fatti pare di no. La voglia di smuovere la folla pestando duro con fare provocatorio è rimasta, ma qualcosa nella mutazione sonora è andato storto. Capacità di crossover in questi artisti di nuova generazione ce ne sono tante (due su tutti Talk Show e aya), ma di realtà capaci di far fruttare un DNA ibrido rendendolo superiore al mare di robaccia che ci sommerge praticamente ogni maledetto giorno, veramente poche. Le direzioni che si intraprendono nel 2025 volendo sono pressoché infinite, ma non tutte le strade portano a Roma (per fortuna, ora c’è un tale casino là, e nessuno sembra aver voglia di ballare).
La sensazione è quella di appiattimento totale. Dove prima c’era ricerca, filtrata dall’attrazione per il pogo sudato e raveologico, qui il tutto si sposta, invece, nella realtà del clubbing fine a sé stesso, come in un revival dell’antica rivalità tra illegale e istituzionalizzato. Scaduto e Keehn scelgono quest’ultima parte della barricata e tirano fuori dalle tasche delle proprie giacche colorate uscite da un armadio anni ’90 tutta la spinta hardstyle del caso, fatta di paddoni gonfi, arpeggiatori dissennati, casse dritte, drittissime e tanto prodigysmo in alcuni casi fin troppo scolastico e copiacarbone ma privo dell’aggressività tipica di sir Howlett. Se tracce sono rimaste di quella folle corsa tra violenza elettrica e sintetica, la si può trovare nella techno brutalizzata di Resist (con un occhio di riguardo agli Atari Teenage Riot, tra grida e velocità assassine), o dei fasti da Factory Records e Madchester, molto acidhouse, molto sporchi, che tornano in Kiss.
Nemmeno le rimembranze post-punk benzinate dalla presenza vocale di Jehnny Beth delle Savages su Push Ups fanno da scialuppa di salvataggio a disposizione su una nave che affonda in un mare di scontatezze e plastificazione, sì, ma che non brilla, non fa venire voglia di ricoprircisi e impazzire sottocassa, men che meno quando partono brani come Soggy Newports, ballata synthvocale stucchevole e ariosa che pare essere presa di peso da qualche altro disco e incollata qui giusto per dare l’idea di chill finale dopo una scorpacciata di beat ad alto voltaggio (ma solo per quel che riguarda i bpm).
A fare il verso ad altri mondi, incastonati nel tempo (passato), spesso si finisce col mettere il piede in fallo e i Sextile, con questo “yes, please”, ce l’hanno messo eccome. Archeologia techno spacciata per novità, già polverosa appena uscita e che tradisce la spinta in avanti, sociale e sonora, di quel movimento. Meno male che nel comunicato stampa si parlava della loro opera più creativa. Un vero peccato.




