Steve Von Till – Alone in a World of Wounds
Recensione del disco “Alone in a World of Wounds” (Neurot Recordings, 2025) di Steve Von Till. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Molto più del suo essere Harvestman, apprezzo di cuore quando Steve Von Till usa il proprio nome, riallacciandosi con qualcosa che dietro a quel monicker non riesce a esprimere, almeno per quanto riguarda le mie povere, spesso stanche, orecchie.
L’espressività, l’intensità, sono gli elementi che il chitarrista dei Neurosis ha già scoperto altrove, è indubbio, ma trovare un modo per dare a questi elementi chiave una vita altra, che esplori altre situazioni ancora intoccate, almeno per quanto concerne la propria discografia, non è questione facile, a maggior ragione se hai già scritto dischi come “A Sun That Never Sets”, giusto per citarne uno.
Con “Alone in a World of Wounds”, Von Till trova quella strada attraverso il bosco che conduce a una radura di possibilità che spaziano ben oltre, ribadisco, Harvestman. Tanti sono ormai i lavori a sua firma, ma mai come con questo è riuscito a dare alle proprie sensazioni una voce di questo tipo. Senza mettere da parte il proprio strumento principale, è il piano a far sì che queste fioriscano in maniera tanto pregnante.
Se là la “violenza” finiva per esplodere, qui si fa stiletto. I brani vivono in un mondo ambientale, sospeso, lacrimevole. L’effetto è ampliato dalla vocalità “vicchesnuttiana” adoperata da Von Till. Intarsia linee melodiche vocali al violoncello di Brent Arnold e le lascia crescere, accompagnandosi al piano e dando ai synth il compito di creare la parte meno carnale del tutto. All’orizzontalità pagana abbracciata altrove, qui sostituisce un’umanità che sfocia in soluzioni quasi epiche, fatte di dolore che cerca un modo per svanire nell’aria, un processo di guarigione, come detto da lui stesso, che solo la musica può mettere in atto. Narrazioni cantate col cuore in mano, crescendo orchestrali, quasi neoclassici, che si vestono di post-rock (quello di Gastr Del Sol, per essere chiari), sprazzi di elettricità a sei corde sparuti che, usati con saggezza, danno colore senza prendersi la scena.
Canzoni (perché di questo si tratta), come River of No Return, Horizons Undone, Watch Them Fade e Calling Down the Darkness sprigionano un grigiore luminescente, un senso di perdita carezzevole, volontà non tanto di voler guardare oltre le terre già esplorate, piuttosto di rendere ancor più belle quelle già a propria disposizione. Infatti, ben lontano da essere un disco stupefacente in senso assoluto, “Alone in a World of Wounds” tocca il cuore come solo i Neurosis riuscivano a fare, ovviamente con le dovute distanze.



