Salmo – Ranch

Recensione del disco “Ranch” (Columbia/Sony Music Italy, 2025) di Salmo. A cura di Simona Cannì.

Salmo è tornato il 9 Maggio con “Ranch”, un disco che nella sua poliedricità sembra una vera e propria riflessione sull’identità artistica e personale.
Ho una puntina nella gola che mi costringe a sputare subito la velata sensazione che hype e un’ottima campagna di promozione abbiamo alzato l’asticella sulle aspettative più del necessario.

A quattro anni da “Flop!” e due da “Cvlt” con Noyz Narcos, il rapper sardo ricerca un isolamento per costruire, lontano dai riflettori, il proprio “rifugio mentale” in una collina nel cuore della Sardegna. Salmo sente il bisogno di ritrovare una connessione con la musica e liberarsi dalle virate algoritmiche.

La scelta di questo isolamento volontario diventa il cuore stesso di “Ranch”, un lavoro che attraversa tutte le sue anime: dal rap più puro, al cantautorato più vulnerabile e riflessivo, fino all’elettronica esasperata e alla carica rock da palco. È evidente che si sia preso tutta la libertà che desiderava attraverso territori musicali diversi, sfumati e a tratti anche contraddittori. È un album personale e si sente, ma a tratti disorienta.

Salmo sembra voler fare i conti con sé stesso, con la propria storia, con la propria famiglia, le proprie origini e molto probabilmente anche il proprio futuro. È un disco le cui tracce sembrano pagine di un diario aperto in cui convivono tensioni, ansie, dolore, ironia e spiragli di serenità. “Ranch” sembra il tentativo sincero di riconnettersi con il proprio mondo interiore. E ogni mondo interiore è sempre difficile da dipanare dato che all’interno non si ci muove mai su una traiettoria propriamente retta, ma tutt’altro.

L’apertura di “Ranch” è affidata alla potente On Fire: la traccia esplode, sul campionamento della voce di Maria Carta dalla sua Ave Maria Catalana del 1978, mescolando un piano ossessivo a un beat imponente prodotto con Low Kidd, che termina nel discorso finale di Marlon Brando sulla recitazione come sopravvivenza. Da questo impatto iniziale il disco vira verso la dimensione personale con Crudele, in cui Salmo ripercorre le vicende più oscure della sua famiglia, tra cronaca nera e storytelling da crime. È il brano più autobiografico e se ripenso al primo ascolto sento ancora i brividi che mi hanno corso lungo la schiena. N€urologia è brano diretto, nello stile di Salmo, un classico che si lascia ascoltare con facilità ma che non raggiunge il livello a cui le aspettative si erano ingenuamente attaccate. È questo il brano dove viene rivendicato con orgoglio il rifiutò al milione di euro per partecipare a X Factor, chiarendo ulteriormente la posizione del rapper nei confronti delle logiche commerciali.

In Sincero Salmo torna ragazzino, infatti si tratta di una traccia poco convincente rispetto al resto dell’album, con testi che rischiano di sembrare davvero adolescenziali rispetto alla maturità raggiunta altrove. Tra le migliori tracce di “Ranch” invece c’è l’attesissima Bye Bye, per la presenza di Kaos, (unico feat dell’intero album) a cui Salmo ha voluto restituire il favore di averlo ispirato. È il feat che non ci aspettavamo, ma questa combo è arrivata dritta al cuore, lasciando il desiderio di averne voluti ascoltare ancora di brani come questo nel nuovo album.

La tensione sale sui ritmi sostenuti di Bounce per tornare a offrirci una pausa riflessiva con Sangue amaro e Cartine corte. Due momenti che affrontano la precarietà della vita, tra la scelta e il gusto di “chiuderla storta” perché si sa da dove si viene ma non dove si andrà. Sono i momenti come questi in cui emerge il Salmo più vulnerabile e sincero, lontano dalle pose provocatorie, ma che rappresentano ancora spazi da esplorare e interiorizzare, nonostante la sua capacità di spaziare tra generi e registri vocali differenti. Più spigolosa è Beatcoin, satira sulla monetizzazione dell’arte nell’era digitale, sostenuta da un beat rapido e claustrofobico.

Il figlio del prete rappresenta uno dei vertici narrativi più forti, insieme a Crudele. Ispirata al documentario “Vatican Girl”, affronta con violenza poetica e rabbia lucida la corruzione e le ombre della Chiesa. È un brano che si fa spazio per restare. L’interludio di Numeri Primi, si apre citando Lou X ed è un altro momento di riflessione prima della violenta ventata di Fuori controllo con Luca Agnelli. Incapace invece è disarmante, dove siamo finiti? Solo chitarra acustica e voce sotto lil suono della pioggia, il tempo di una sigaretta dentro un posacenere di specchi che riflette l’immagine di un confessionale privato fatto di parole semplici per pensieri pesanti. E se siamo qui, io a scrivere e tu a leggere è perché la musica ci ha fatto trovare. Salmo infatti dedica il brano d’amore dell’album proprio a lei, Conta su di me è infatti la sua dichiarazione d’amore alla musica stessa come unica ragione che lo ha portato fin dentro al suo “Ranch”. Con Mauri il discorso si eleva su un piano spirituale e introspettivo, Salmo si spoglia e ci racconta tutto. È il cuore emotivo del disco.

E arriviamo ai Titoli di coda, in cui dopo la lista di ringraziamenti, Salmo riporta in scena Mr. Thunder, in una parodia sarcastica e autoironica delle dinamiche dell’industria musicale e dei propri cliché, chiudendo l’album con un autodissing. Ho apprezzato molto questa chiusura perchè sembra rimettere le cose in chiaro di tutti i momenti in cui “Ranch” mi ha lasciato perplessa.

Quando si decide di tirare il freno a mano e fermarsi, nell’immobilità le cose risalgono a galla e l’intimità del presente s’intreccia alla storia del passato, al percorso, ai ricordi, alle scelte e c’è il caso che prenda il sopravvento iniziando a correre, e spesso più veloce di quanto le proprie gambe possano fare. Forse è quello che è successo nel Ranch. Non tutto infatti fila bene in quest’album, proprio perchè Salmo ha deciso di farci entrare mentre la sua parte più intima si stava agitando all’interno.

Salmo si autodissa, si autocita, si autorifugia… ed è per questo che “Ranch” ha l’odore di motore spento ancora caldo che cerca un posto per raffreddarsi dopo tutti i km percorsi in velocità, lasciandoci a tratti in sospeso, a tratto emotivamente coinvolti e a tratti disorientati.

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