MezzoSangue – Viscerale
Recensione del disco “Viscerale” (Columbia Records/Sony Music Italia, 2025) di MezzoSangue. A cura di Simona Cannì.
I moti sinusoidali, il piede fuori dalle zone di comfort, lo sguardo puntato su un exit di emergenza nella maggior parte dei casi sono il riflesso dorato di un kintsugi. Mi sono chiesta se “Viscerale” lo sia e ve lo racconto.
Il nuovo album di MezzoSangue è uscito il 4 Aprile e mi sono presa del tempo. Perché Luca Ferrazzi, penna di profondo valore per il rap italiano, ha bisogno di essere ascoltato e poi di nuovo ascoltato. E per quello che mi riguarda in tutti i suoi album riesco a trovare sempre nuove sfumature nonostante siano ormai più che consumati. Dopo Kenny Wells, il singolo che ha anticipato “Viscerale”, la fame mi ha affamata e la sete mi ha assetata.
Il brano, contenuto nell’album, è ispirato alla figura del prospettore del film “Gold – La grande truffa” che non smette di cercare oro sotto l’egida di una grande truffa e proprio quando tutto sembra perduto una scelta del passato lo salva. Qualcuno la chiamerebbe resilienza, qualcun’altro potrebbe intenderla come il movimento continuo verso ciò a cui aspiriamo, ma dopo l’uscita di “Viscerale”, ho la sensazione che sia qualcosa di molto più intimo. Qualcosa che riguardi solo MezzoSangue. “Ho un patto col demonio ma è sola distribuzione, ora che non ho più tempo da perdere e disattendere l’ego sembra un impiego” sono barre che mi tornano in mente come un mantra. E nelle barre di Kenny Wells ho trovato la chiave di lettura dell’intero album.
Siamo di fronte al quinto lavoro ufficiale di MezzoSangue dopo “Musica Cicatrene”, “Soul of a Supertramp”, “Tree – Roots & Crown” e “Sete” e come un rito simbolico che si ripete il passamontagna cambia ancora colore. Nel video di presentazione dell’album c’è un riferimento esplicito al quarto capitolo della seconda lettera ai Corinzi “2 COR” che introduce una rinascita dalle tenebre e nella cover album MezzoSangue lascia la maschera e guarda avanti, anche se non mostra il volto. Sono i simboli di una nuova era? Solo il suo percorso – che fa dieci anni da “Soul of Supertramp” – la sua fame mai “viscida” e la sete “mai annegata” non permettono di apostrofare tutto questo con etichette didascaliche e se “Sete” chiude un ciclo, “Viscerale” è Chuck Noland che perde Wilson su una zattera di salvataggio.
I produttori coinvolti – Peppe (G-Laspada), Mr. Monkey, Yazee, Jiz, Verano e lo stesso MezzoSangue – contribuiscono alla varietà di suono come un pendolo. E’ un buon caleidoscopio che rispecchia il carattere dell’album e costruisce le sonorità in modo organico, azzannando la tracklist in modo puntuale, quando serve, dove serve, con continuità ed esperienza. Ci sono molti brani di cui vorrei parlare, ma non killare il gusto della scoperta e così preferisco parlare di due tracce in particolare: Idiocracy e Merge et libera.
Idiocracy in feat. con Gemitaiz è un attacco frontale alla scena: “siamo sinceri il cash è comodo, ma più ne faccio, io più faccio in modo non sia lui a farmi povero”. Ritorna il tema della difficoltà di rimanere se stessi nei sistemi produttivi che commercializzano ogni aspetto della nostra vita e quella di un artista. MezzoSangue “sveglia chi si addormenta che ormai non parla più ma commenta”, cerca luce e non dimentica il buio da cui viene ricordando Primo Brown, fissando le sue radici per riconoscere il riscatto dove “ha vinto il rap nonostante tutto (Gemitaiz)”. Da sempre i testi di Mezzo “c’hanno le spine perché ti pungi quando li cogli” (Flowricoltura) ma in Merge et Libera fa di più, capovolge un concetto atavico e lo riscrive: non è più “dividi et impera” ma unisci e libera.
Il brano è un viaggio che ci racconta la trasformazione sociale che si muove dentro le lusinghe dei canali d’intrattenimento riformattando desideri, principi e valori sociali. Dal tubo catodico dagli anni ’80 finiamo svuotati dentro la mercificazione di corpi, generi e anima sui social. “Il nemico è sempre stato il diverso” e “la parità è un concetto per i minimi” ed è con questo che parla al coraggio di chi latita al pensiero critico e si nasconde invece tra le maglie della paura di dire ciò che pensa con un solo scenario possibile per tutti: “finiremo per pensare solo ciò che non fa paura dire”.
“Viscerale” conferma Mezzosangue come una figura centrale del rap italiano, capace di mantenere saldi i riferimenti alla tradizione underground pur inserendo un ventaglio tematico e sonoro di ampio respiro. L’impianto lirico, recupera i temi della critica sociale, ma non sacrifica mai la fruibilità delle tracce, proponendo anzi un percorso d’ascolto che unisce immediatezza e riflessione.
Quest’album è un’operazione che cerca di coniugare la potenza del rap che mira a raggiungere un pubblico più ampio senza sacrificare messaggi e significati più elevati, senza scadere nella retorica o in estetismi fini a se stessi. “Viscerale” dimostra che MezzoSangue è per un pubblico che cerca nel rap qualcosa di più della solita aggressività verbale e dei soliti clichè: qui troviamo messaggi a più livelli, produzione curata e un’interpretazione vocale che trasmette passione sincera.
Scrivere di “Viscerale” non è stato facile, sentivo spingere venti da ponente e da levante, ma quando le onde irrequiete si sono fermate ho capito che non c’è viscerale se non produce emozioni di contrasto.
Quando la sabbia si è depositata sul fondo, il riflesso di sole sull’acqua cristallina ha illuminato tutto e il disco ha parlato chiaro. MezzoSangue è emerso e mi ha sussurrato che l’unica cosa da fare adesso è andare ancora a vederlo live. Nel frattempo non rimane che consumare le viscere sul suo ultimo album.




