Garbage – Let All That We Imagine Be The Light

Recensione del disco “Let All That We Imagine Be The Light” (BMG, 2025) dei Garbage. A cura di Cinzia Milite.

Il mondo è violento e mutevole. Farà quello che vuole con te.

Lo scriveva Tennessee Williams. E oggi, forse più che mai, lo sentiamo sulla pelle. Ma c’è un rifugio, sempre. Una salvezza che si nasconde tra le pieghe della bellezza, nell’arte fatta bene, fatta con verità. Come la musica. Come quella dei Garbage.

Sono tornati. Sì, Shirley Manson e i suoi cavalieri elettrici. Trent’anni di carriera, ma la fiamma, quella vera, arde ancora. E non solo arde: scalda, illumina. Il nuovo disco si chiama “Let All That We Imagine Be The Light“. Che, già di per sé, è una poesia. Ma è anche un gesto. Un’utopia pratica. Un album che non grida vendetta: cerca redenzione.

Non è un disco che urla contro il mondo: è un disco che lo guarda in faccia e decide, con tutta la sua potenza, di non lasciarsi inghiottire. È un album che nasce da un letto, quello di Shirley, convalescente dopo un’operazione e diventa cattedrale sonora. C’è tutto quello che ci aspettiamo dai Garbage: le chitarre feroci, i synth che sembrano venire da un film di fantascienza girato nei bassifondi dell’anima, la voce della Manson, ruvida e gentile, arrabbiata e piena di amore.

E tutto inizia con There’s No Future in Optimism. Un titolo che suona come una sentenza, ma che è in realtà un’esortazione.

“Se siete pronti ad affrontare il mondo con amore, venite con noi.”

È una chiamata. Un appello quasi commovente. Una marcia lucida e ipnotica, dove l’ottimismo non è negato, ma messo in discussione, masticato, trasformato in consapevolezza. Poi, più avanti, arriva Chinese Fire Horse. E lì cambia tutto. La voce della Manson si fa ringhio, resistenza, dichiarazione d’identità. È un pezzo feroce, che rifiuta la resa, che sputa in faccia all’idea del tempo come decadenza.

È il rock che torna a essere un’arma, ma senza sangue: è un’arma di dignità. Ma c’è anche qualcosa di nuovo. C’è la volontà, quasi disperata, di costruire, invece di distruggere. Di trovare luce, quando il buio sembra totale. E questo disco è il progetto architettonico del cuore di Shirley.

Si chiude con una canzone registrata in una stanza, con un microfono portatile, una voce fragile e un’illuminazione interiore. Si intitola The Day I Met God. Ma il Dio che incontra non è quello dei libri sacri: è il volto di tutte le persone che ha amato. Un finale che non alza i toni, ma li sussurra. Con una verità quasi commovente. E allora, sì: il mondo farà quello che vuole con noi.

Ma se abbiamo ancora dischi così…Se possiamo ancora immaginare e immaginando fare luce…Forse siamo salvi.

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