Doves – Constellations for the Lonely

Recensione del disco “Constellations for the Lonely” (EMI, 2025) dei Doves. A cura di Cinzia Milite.

I Doves si riaffacciano sulla scena con la sicurezza di chi sa di aver qualcosa di importante da dire. Il loro sesto album in studio, “Constellations For The Lonely“, non è solo un ritorno, ma un’affermazione. Il pubblico lo ha capito subito: il tour è quasi tutto esaurito, Manchester li accoglie a braccia spalancate e il singolo apripista, Cold Dreaming, ha fatto da sentinella a un lavoro che, fin dall’inizio, prometteva di non deludere.

Non c’è fretta nei Doves, eppure non c’è nemmeno esitazione. Cold Dreaming arriva come un’onda lenta ma inarrestabile, un amalgama di synth e archi che si staglia su un ritmo ipnotico, lasciando intuire che la band non ha perso il gusto per la sperimentazione. C’è la psichedelia, il soul, ma anche la loro storica malinconia, quel senso di nostalgia che rende la loro musica familiare e, al tempo stesso, nuova. Il brano si apre con una frase emblematica, un inno alla resistenza emotiva: “Dio sa che non è facile. Ma non posso vivere i miei giorni nella paura“. Un richiamo potente alla necessità di andare avanti, di affrontare il cambiamento con coraggio.

Non è solo una questione di suoni: le parole scavano, raccontano storie di resistenza, perdono, trasformazione. Andy e Jez Williams si dividono la voce, un cambio di assetto che segna un nuovo corso per la band. Non c’è più Jimi Goodwin sul palco, ma in studio c’è stato e la sua impronta si avverte come un’eco profonda. La sua voce, da sempre colonna portante dell’identità sonora della band, trova comunque spazio in pezzi chiave del disco, ricordando ai fan che lo spirito dei Doves è più forte delle singole individualità.

I Doves sono sempre stati maestri nell’equilibrio tra la grandiosità e l’intimità. “Constellations For The Lonely mantiene questa tensione, alternando momenti di pura estasi sonora a pause riflessive. Ci sono richiami agli anni d’oro della psichedelia soul, c’è l’ombra lunga di Charles Stepney e David Axelrod, ci sono tracce che sembrano nate per riempire stadi e altre che invece sussurrano all’orecchio. Il suono è stratificato, ricco di dettagli nascosti che si rivelano con il tempo, facendo di ogni ascolto un’esperienza diversa. C’è una cura meticolosa nella produzione, una ricerca sonora che non cede alla tentazione di facili soluzioni radiofoniche, ma che piuttosto esplora, osa, si spinge oltre.

Più che un album, “Constellations For The Lonely” è un viaggio: ci si perde tra le stratificazioni sonore, si trovano nuovi dettagli a ogni ascolto, si esce con la sensazione di aver vissuto qualcosa di intenso. È un disco che, pur mantenendo il marchio di fabbrica dei Doves, si concede il lusso di guardare avanti, senza nostalgia, senza rimpianti. C’è chi, inevitabilmente, lo confronterà ai loro lavori precedenti. Ma la verità è che i Doves sono ancora qui, e questo disco non chiede paragoni: chiede solo di essere ascoltato. Meglio se con le cuffie, meglio se con il tempo che merita. Un album che cresce, si insinua sottopelle e lascia il segno, come le migliori opere sanno fare.

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