King Gizzard & The Lizard Wizard – Phantom Island
Recensione del disco “Phantom Island” ((P)Doom Records, 2025) dei King Gizzard & The Lizard Wizard. A cura di Antonio Boldri.
Tornano i King Gizzard & The Lizard Wizard. Oddio, tornano non è esattamente la parola più corretta da usare per un gruppo di quarantenni che dal 2010 sforna una media di 2 dischi all’anno. Ad esempio la discrepanza coi Pulp, altro disco uscito recentemente, l’ottavo dal 1983, appare evidente. Ma del resto non tutti i gruppi hanno avuto la fortuna di trovare una cornucopia musicale così prodiga di note come quella che Mackenzie e soci hanno scovato nella loro stanzina delle prove una quindicina di anni fa. Una stampatrice seriale di canzoni che non trova fermezza, schizzando da un genere all’altro, mischiando influenze di ogni sorta e producendo quello che ha voglia di fare. Tanto più quando, dopo una bella fetta di vita passata in giro a suonare, si hanno contatti ovunque.
Nasce da qui “Phantom Island”, album numero 27 (!), dei King Gizzard. Nasce su di un ponte immaginario tra Melbourne e Los Angeles e dalla combo tra una delle band meno dogmatiche della storia e un’orchestra, la LA (appunto) Philarmonic Orchestra. Da questo insolito e stravagante sodalizio sgorgano tre quarti d’ora e dieci canzoni che abbracciano estremi tra i più disparati.
Il filo conduttore dell’album è un viaggio onirico, introspettivo, verso una destinazione ignota; c’è senso di smarrimento, un che di malinconico che si appoggia su sonorità che fuggono la tensione e preferiscono adagiarsi su una morbidezza diffusa e multiforme. “Phantom Island” vive sì della fanfara danzereccia e tremendamente orecchiabile della riuscita Deadstick, singolo apripista del disco, ma anche del Bowie spaziale di Spacesick, della ballata Aerodynamic, delle sfumature lounge di Silent Spirit, del funk molleggiato che pian piano si allenta di Eternal Return, dei rimandi sparsi qua e là ai Beatles post Revolver. Le inflessioni jazz sono il collante e il minimo comun denominatore di tutto il disco e si spandono come tentacoli, formando un sound ibrido che potremmo battezzare come psyjazz, a testimoniare ulteriormente, se davvero ce ne fosse bisogno dopo quasi trenta album, l’ecletticità di un gruppo che sembra aver ingurgitato tonnellate di pozione polisucco durante l’infanzia, tanto da saper mutare e adattarsi ad ogni situazione. Alla base di questo arco ci sono amicizia, curiosità e sperimentazione, ingredienti quanto mai necessari per avere ancora personalità nella musica alternativa attuale.
“Phantom Island” è un disco così, che va vissuto come l’ennesimo gradino di una vorticosa scala a chiocciola partita quindici anni fa. I King Gizzard & the Lizard Wizard hanno deciso di colorare in modo diverso ogni scalino e questa spiazzante scelta crea e distrugge affetti e fan. Eppure, quando ci si imbatte in un lavoro come questo, non si può non apprezzarne il suono pieno e ricercato, che sa scatenarsi come una majorette e sa calmarsi a riflettere nella canzone successiva, senza mai perdere un briciolo della qualità media o scadere in tracce riempitive trascurabili.
Forse un giorno sapremo qual è la chimica che scatena tutto questo. Nel frattempo godiamoci i giochi e gli alambicchi di questi mutaforma australiani.




