Tropical Fuck Storm – Fairyland Codex
Recensione del disco “Fairyland Codex” (Fire Records, 2025) degi Tropical Fuck Storm. A cura di Nicola Stufano.
Fa strano pensare che il nuovo disco dei Tropical Fuck Storm sia un disco invernale, uscendo mentre in Australia fa freddo e alcune zone interne sono sommerse di neve, eppure è così: poco Tropical e molto Storm, sul “fuck” ognuno ha le sue opinioni di preferenza tra stagioni calde e stagioni fredde.
La combo australiana ha origine da Gareth Liddiard e Fiona Kitschin, che avevamo cominciato ad apprezzare già quando erano i The Drones e si davano a un pregevole noise rock dall’inconfondibile tocco australe, grezzo e ricercato al tempo stesso come un po’ tutte le cose che vengono da quelle parti. The Drones sono diventati Tropical Fuck Storm ormai quasi 10 anni fa, con la batterista Lauren Hammel e la multistrumentista Erica Dunn a completare una formazione diversa anche nel sound, più meticcio e virante verso una psichedelia multiforme.
Con “Fairyland Codex” siamo ormai al quarto disco, a 4 anni di distanza da “Deep States”: una lunga attesa giustificabile dalla pausa forzata per Fiona, costretta ad affrontare un tumore al seno, mentre il processo creativo comunque andava avanti con nuovi stimoli.
Nonostante i problemi di salute e l’età che ha nettamente superato gli -anta, il quartetto dimostra di essere in forma più che mai, con un disco stra-ispirato, senza punti deboli, fatto di tracce scollegate tra di loro ma tutte dotate di una loro chiara identità e autenticità. A partire da Irukandji Syndrome, pezzo pienamente nello stile di Gareth dai tempi di Drones, con tensione chitarristica, testi pratici e densi, e storie in bilico tra realtà e fantasia, come il racconto dell’apparizione della più letale medusa dei mari del Sud in versione gigante e parlante. É il lato più psichedelico di “Fairyland Codex”, che nella copertina e nei suoi videoclip suggerisce un mondo di fantasia come estensione a una realtà ineluttabilmente brutale e rovinosa, fatta di analfabetismo funzionale misto a presunzione (Dunning Kruger’s Loser Cruiser) e militarismo da terza guerra mondiale diffusa, dove il nemico non ha un’identità nazionale (Moscovium estrapola storie di guerra e violenza, invocando “Murderers!” ad alta voce: Il moscovio ha la particolarità di essere un elemento chimico scoperto in cooperazione tra scienziati americani e russi).
Verrebbe quasi da dire, il miglior disco dei Tropical Fuck Storm fin qui, o comunque quello della forma finale, della maturità, come vi piace più chiamarlo insomma. Già a prescindere dalla musica, non si può non amare una band che continua a tenersi una parolaccia nel nome, a dispetto di ogni algoritmo e perbenismo: chi ce lo doveva dire che nel 2025 una cosa così triviale potesse risultare un gesto sovversivo (forse “Demolition Man”, e anche questo è sconvolgente).




