Matmos – Metallic Life Review
Recensione del disco “Metalic Life Review” (Thrill Jockey, 2025) dei Matmos. A cura di Luca Gori.
Del celebre duo di Baltimora esistono tante versioni quanti sono gli album pubblicati (15), esistono tante tracce interpretative quante sono le tracce sonoro. E forse è proprio in questa intracciabilità si può rilevare di un legame fortissimo nella loro ormai quasi trentennale carriera. Ciò che sin dal primo album datato 1997 non si è mai modificato è l’assetto nichilistico dell’operazione artistica di cui ogni lavoro in studio è la sintesi.
I Matmos vanno pazzi per la distruzione delle certezze sulle quali si costruiscono gli universi, gli piace costruire brandelli di mondi che cascano a pezzi dal tetto delle loro composizioni barocche o minimaliste: i frammenti sonori che si affastellano l’uno sull’altro sono le risposte a questo sgocciolamento esistenziale. E anche questo nuovo universo cadente disegnato da “Metallic Life Review” è composto come un solo personaggio che si muove nel mondo che egli stesso ha creato e come esplicitamente ha affermato Drew Daniel in una recente intervista parlando degli esseri umani come dei campionatori di mondi ai quali diamo significato. Che poi è un altro modo per dire che i mondi nascono insieme alla loro codificazione sonora in una torsione produttiva che sfiora la religione, o almeno si candida a sfiorarla, come nell’apertura dell’album lasciata alla proteiforme miscela post-industriale di Norway Doorway, nella quale assistiamo a una specie di genesi alla quale metterà capo esattamente dopo sei tracce la summa teologica rappresentata dai venti minuti della title track. Il tutto passando per la fucina ancestrale di The Rust Belt, nella quale la produzione è prima di tutto materialità della produzione; in principio era la materia ci ricorda M.C. Schmidt, il quale percuote una barra di acciaio che ordina il tempo della creazione. Il caos primordiale può così lasciare spazio all’emergere dell’ordine melodico, pilotato dalla chitarra della compianta Susan Alcorn, alla quale il pezzo è dedicato.
L’ordine emerge plasticamente dal caos e anche la furia trova così il modo di ricomporsi nella claudicante quiete di Steel Tongues, in cui natura e società finalmente trovano il loro pieno dispiegarsi come conflitto adamantino. Il tintinnio è, come ricorda lo stesso Drew Daniel, quello dello scorrere del tempo capitalistico, simboleggiato dal ritmo incessante della moneta che ri(suona) e che oppone la sua quantità sonora astratta alla concretezza qualitativa della natura. È esattamente il dualismo che i Matmos sviluppano nella successiva The Chrome Reflects Our Image, nella quale l’opposizione tra materia e memoria, quantità e qualità, viene messa a tema dalle melodie eteree architettate dalle sei corde di Jason Willett. Si tratta di un chiaro omaggio a David Lynch e al suo cinema, al quale la traccia è dedicata, e del quale vorrebbe essere un bozzetto. Chiude il disco, la summa teologia di Metallic Life Review, che con i suoi venti minuti in presa diretta, si trova quasi ingenuamente a recitare il ruolo di bilancio esistenziale in cui le vite vengono rivisitate e ordinate. Si tratta di un inventario esistenziale e musicale, in cui è difficile distinguere ciò che compete alla vita e ciò che compete alla musica in una fusione estetizzante amplificata dall’uso di reperti sonori campionati provenienti da ere geologiche differenti perché raccolti lungo tutto il corso dell’esperienza musicale chiamata Matmos.
“Metallic Life Review” tocca le corde profonde della creatività solo apparentemente ingenua, strizza l’occhio alle origini del genere negli anni novanta, dagli Autechre a Aphex Twin, e prova a scavare nei sedimenti per arrivare all’oro puro. Una operazione sentimentale, prima ancora che musicale.




