Kae Tempest – Self Titled

Recensione del disco “Self Titled” (Island Records, 2025) di Kae Tempest. A cura di Lorenzo Luzi.

Fino a dove siete disposti a spingervi per sentirvi finalmente voi stessi? Da anni Kae Tempest vaga con le sue liriche alla ricerca di un porto sicuro, di una pace mentale che possa finalmente farlo sentire accettato e a casa. Già tre anni fa, nel primo disco dopo il cambio di nome del 2020, tutta la narrazione verteva sull’accettazione di sé stessi, nel cambio di prospettiva per rendersi conto che “The Line is a Curve“, tutto nel mondo non è perfetto, è storto, bisogna adattarsi, volersi bene. La copertina era sfocata, la sua transizione appena iniziata. L’anno dopo l’EP di b-sides “Nice Idea espandeva la prospettiva: la copertina era la stessa, ma passata sotto sintetizzatori come quelli di Chris Marker in Sans Soleil.

La prospettiva è cambiata di nuovo. Siamo alle spalle di Kae, cresciuto, finalmente uomo, finalmente a fuoco, che a quaranta anni si lascia finalmente alle spalle tutte le difficoltà di aver vissuto con la disforia di genere. “Self Titled“, titolo che in questo caso è una chiara dichiarazione d’intenti, è il punto zero del poeta londinese, che ha sconfitto i suoi demoni e può sentirsi finalmente la persona che ha sempre voluto essere. È un “fresh start” in tutto e per tutto, in cui si vira verso il rap e l’hip hop rispetto alla slam poetry, questo grazie anche alla nuova produzione di Fraser T. Smith, dopo quattro dischi firmati dal fidato Dan Carey.

L’artista ha dichiarato che è come se questo fosse il suo primo album, il suo esordio, che però non sarebbe stato possibile senza i dischi precedenti, senza tutto il suo percorso. In questo cortocircuito c’è tutta l’essenza del disco, un continuo dialogo tra le sue identità passate, così che Kae possa finalmente donarsi un’infanzia e un’adolescenza felice che non ha mai vissuto. Nel singolo Know Yourself, ad esempio, viene samplata una sua performace ad una serata “open mic” di quando era poco più che vent’enne, costruendo un intrico di passato e futuro che dialogano insieme (completandosi le frasi a vicenda). La costruzione dell’intera opera è come se fosse un’inversione di “Pioggia di Ricordi” di Isao Takahata: qui è il sé adulto che, dopo un lungo percorso, guarda indietro e riesce a liberare il sé bambino, a farci pace, a farlo vivere senza più pressioni.

Kae Tempest denuncia però anche un problema dalla parte opposta, quello del proliferare di diagnosi, etichette e medicalizzazione, che limitano la libertà d’espressione e, soprattutto in caso di farmaci, anestetizzano fino al sopprimere qualsiasi tipo di umanità. Diagnoses eloquentemente parla di questo, coinvolgendo inoltre alla produzione anche Tom Rowlands dei The Chemical Brothers, che si sente principalmente nel lavoro di percussioni della traccia. 

Un disco che è, comunemente come la vita raccontata dal nostro, tutt’altro che perfetto, ma pieno di momenti ricchi d’emozione, come la penultima Breathe, un freestyle di quasi sei minuti registrato in un singolo take, o la conclusiva Till Morning, che chiude, comunemente all’album precedente, su note acustiche e speranzose. È un disco che però ha davvero qualcosa da dire, che lo dice sicuramente senza mezze misure, Everyhting All Together, e sicuramente in modo anche più “tamarro” e leggermente più autocelebrativo di quanto Kae ci aveva mai abituato.

Ma questa è la sua vita, e se finalmente riesce a sentirsi quella persona che ha sempre voluto essere, possiamo perdonargli anche qualche piccola sbavatura. Anche perché il percorso ha solamente preso una nuova deviazione, è partito da una nuova base, ma è tutt’altro che finito.

Si alza il vento, bisogna tentare di vivere.

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