Kayo Dot – Every Rock, Every Half-Truth Under Reason

Recensione del disco “”Every Rock, Every Half-Truth Under Reason” (Prophecy Productions, 2025) dei Kayo Dot. A cura di Lucio Leonardi.

Toby Driver, chi non lo conosce? Spero pochi. Perché? Perché con Maudlin of The Well, i qui recensiti Kayo Dot, produzioni soliste, gli Alora Crucible, i Vaura ecc. ecc. ha saputo ritagliarsi un posto di spessore nella storia del Metal più avanguardista e contaminato.

Dico la verità, ho perso di vista i Kayo Dot da quegli immani capolavori che sono stati “Choirs of the Eye”, e il monolitico “Hubardo” del 2013, pensando non potessero più fare qualcosa di lontanamente avvicinabile ad essi, ma visto il ventennale dall’uscita del succitato “Choirs“, visto il reclutamento dell’intera line up dello stesso, viste anche le dichiarazione di Driver che parlavano di una voglia di contrastare il fenomeno sempre più crescente dell’impiego dell’intelligenza artificiale applicata alle arti tramite un’opera che non seguisse nessuno schema preconcetto, difficile da replicare quindi da essere anche presa ad esempio o come campione dall’AI per crearne qualcos’altro, ed infine forte di una copertina che richiama volutamente il primo album, mi hanno fatto dare una chance a quest’opera.

Quello che investe i miei neuroni già dalla prima traccia Mental Shed è qualcosa che non potevo immaginare, lontano da tutto ciò che hanno fatto in passato e anche da tutto ciò che ascolterete quest’anno: si alternano brani, come la succitata opener, la fantasmatica Closet Door in the Room Where She Died, o l’infinita (quasi 24 minuti) Automatic Writing, dove scampanellii, voci disperate prima e suadenti e morbide dopo, a volte declamatorie, suoni di synth, violoncelli svolazzanti, chitarre free, vanno a disegnare un atmosfera cupa, sospesa, dove ogni cambiamento è minimo ma indispensabile, dove ogni minuto è un’eternità che scollega da ciò che ti circonda, dark ambient, improvvisazione, avanguardia, drone, tutto insieme, ad altri dove la batteria parte per storture free mentre sopra, melodie sbilenche, al limite del cacofonico, colorano di movimento avanguardista l’intero platter e rendono il tutto quasi più digeribile e fruibile e ne giustificano l’ascolto nella sua interezza. 

Forse troppo lungo, forse a tratti dispersivo, forse aveva bisogno di qualche gancio melodico in più, forse forse forse. La verità è che vabene cosi: quest’ultimo lavoro dei Kayo Dot è creatura strana, quasi incomprensibile, e sicuramente difficile ma sta proprio li il suo fascino, cupo, privo di luce, unico e finanche originale.

Non un capolavoro, sicuramente, ma quanta bellezza.

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