“1000 Hurts”, 1000 hertz, 25 anni: Shellac a piena potenza
“1000 Hurts” uscì in un momento in cui il noise rock, o il post-hardcore, o il math rock erano già belli che codificati, ma agli Shellac non è mai fregato un cazzo, perché a farlo sono stati loro stessi e, quindi, non riscrissero nessuna regola, bensì le incisero nel cemento, materia di cui erano fatti tutti i loro brani, a futura memoria. E chi se lo dimentica?

È pressoché inutile chiedersi chi di voi (e noi) si sia ripreso dalla morte di Steve Albini. Nessuno, sarebbe la risposta corretta e, sono sicuro, che sia quella che dareste voi che leggete. Ma Steve Albini ha riempito così tanto il mondo della musica aliena che è altrettanto inutile parlare del vuoto che ha lasciato. Torniamo al pieno, un pieno che non passa mai. Torniamo a venticinque anni fa, a quando i suoi Shellac fecero uscire “1000 Hurts”.
Se stessimo parlando in un altro gruppo, parleremmo di punto più alto della carriera. Ma stiamo parlando di Albini, Weston e Trainer, e di punti più alti ne hanno raggiunti così tanti che anche questo si rivela, beh, inutile. Il trio arrivava da una doppietta mostruosa composta da “At Action Park” e “Terraform”. Come fare meglio? Possibilità assurde, per altri, ma non per questi qua. Ho parlato spesso di uno strano fenomeno, quello del “terzo disco è quello più figo nella carriera di un’artista” (potete tranquillamente cantarla sulla melodia della canzone di quel tizio coi capelli afro), ma lo ripeto, metti mai che non ci leggiate così spesso, e ribadisco quattro esempi chiari e lampanti: “Songs for the Deaf”, “Relationship of Command”, “The Fat of the Land” e “In Utero” (e questo chi l’ha prodotto?). Sapete chi li ha composti e pubblicati. “1000 Hurts” è uno di questi, va da sé, neanche da dirlo. Ma ribadirlo fa bene. Ricordare fa bene ma, ancor meglio, scoprire, se qualcuno di voi lettori è vergine di certe cose. Lo spero, la scoperta fa bene all’anima e significa che non ci sono solo vegliardi all’ascolto. Gente che tutto sa e pontifica. Anche basta.
“1000 Hurts”, ovvero 1000 hertz. Un album che si apre su quella specifica frequenza, con un inner sleeve a foggia di oscilloscopio disegnato dal graphic designer David Babbitt, penna di casa Touch and Go (curatore del design di gente come The Jesus Lizard, TV On The Radio, Calexico e assieme agli Shellac fino alla fine, per “To All Trains“) e contenuto in una scatola che ricorda quelle che trovereste a fare un giro in un qualsiasi studio di registrazione. Nessuno sticker con chissà che cazzata scritta su ma, se ci fosse stata, secondo una recensione del Guardian dell’epoca avrebbe recitato: “Any deluded soul who thinks Marilyn Manson, Slipknot and their ilk are radical and challenging should prepare for an earthquake to shake their world apart.” Facile prendere ad esempio quella gente, diremmo noi oggi ma, a inizio millennio, i dischi di quella gente qualcosa lo smuovevano. Oggi farebbe solo ridere. Anzi, FA solo ridere.

Torniamo al box, che uscì in vinile 12” con, in allegato, una copia (gratuita) in CD. A Hot Press Albini disse: “Ne abbiamo venduti all’incirca tanti quanti ne vendiamo di qualsiasi altro disco. L’idea mi piace e la trovo appropriata, dato che le persone hanno diversi modi per ascoltare un disco e il costo aggiuntivo è irrisorio rispetto, ad esempio, alla stampa delle etichette. Credo che ci sia un pubblico significativo (me compreso) che ascolta solo musica in vinile. Non so se questo pubblico stia crescendo o se le aziende produttrici di dischi se ne siano semplicemente accorte e abbiano fermato la progressione verso l’obsolescenza prematura.”. Era il 2000, e le etichette col cazzo che stampavano svariati formati come fanno adesso, col vinile tornato di moda (un formato su cui, nel 2025 come 40 anni fa, viene pubblicata pure la peggio merda, non c’è da lagnarsi tanto). Ah, l’avessi potuto comprare all’epoca ma, a 14 anni, Albini era “SOLO” il produttore di alcuni album che stavo comprando, quando potevo, quando avevo i soldi. Bonus: il negozio di dischi, qua, gli Shellac non li aveva. Maledetti (però mi mancate). M’è toccato attendere. Arrivarci. Immergermi nel disastro. Da lì ho iniziato, poi ho cercato il resto e via dicendo. “Il resto è storia”, cazzate così.
Per incidere “Terraform” il tempo impiegato fu più lungo, e una strada tortuosa portò a infilare in scaletta una opener da dodici minuti. “1000 Hurts” non ha bisogno di lungaggini, ci lavorano più in fretta, gli Shellac e aprono disco e facce degli ascoltatori con Prayer to God, poco meno di tre minuti di ferocia assoluta, con Albini, reminiscente della propria lingua tagliente ai tumultuosi tempi dei Big Black, spara la sua preghiera a quello che lui chiama “vero Dio lassù” e che recita, giunto alla quarta strofa, a un “Fucking kill him, kill him already kill him”, ad libitum, un disastro totale, e poco prima chiedeva sempre alla divinità “di sopra”, di far piangere questo lui “come una donna”. Indicibile, indecente. Albini. Umorismo che non necessita spiegazioni. Una sorta di “murder ballad”, disse in un’intervista a LISTEN, e usa questo suo umorismo per sottolineare la tendenza maschilista di porsi dinnanzi a una donna, “non una donna specifica”, bensì tutte. È esorcismo anti-machista, come è sempre stata la cavalcata testuale (e non solo) albiniana, da sempre avulso da quel machismo che imbrattava la scena hardcore degli anni ’80. Contro tutto e tutti. Lo ribadisce a The Quietus quando JR Moores gli chiede se avesse mai visto le “terribili versioni acustiche” del brano sparse per YouTube, sottolineando che questi tizi forse non hanno capito che quello che cantava lui, in fondo lo pensano pure loro. Una su tutte, tra le più brutte, quella del (francamente ancora non ho capito perché) tanto elogiato Frank Turner. Albini rispose: “Non so chi sia, Frank Turner”. Moores ci mise su il carico spiegando: “È una specie di Billy Bragg libertario dell’Hampshire con una barba alla moda.” Steve ci mise una pietra sopra: “Suona orribile. Mi piace il vero, socialista Billy Bragg. Come si chiama? Quando avremo finito cercherò questo stronzo su Google. Per quanto brutta sia la situazione, qualsiasi imbarazzo [in inglese crining, ndr] dovrò provare quando tutto questo sarà finito, la colpa sarà tua.” La sua versione fa davvero schifo, e io ve la lascio qua di seguito. Non mi ringraziate.
E perché non metterci una canzone sugli scoiattoli? Squirrel Song, la “fottuta, triste storia” di un tizio che, insospettito dalla distribuzione di energia del Paese, se ne separa costruendosi un macchinario che ne crea grazie agli scoiattoli. Bella idea. Vanno in letargo, succede un macello. I riff vanno su e giù impazziti come fossero le adorabili bestiole, che fanno i rumori che fanno, e non è una metafora, grida Albini, è la stramaledetta verità. Il brano si chiude così com’è arrivato. La strascicata Mama Gina è un accorato tributo alla mamma di Steve, gioca coi silenzi, parte morbida, se di morbido si può parlare, col ricordo di “Mamma Gina che aveva una sorella di nome Angelina” e, che se ci fosse un paradiso ballerebbe con te, ma Albini al paradiso non crede, e poi esplode la chitarra, sfasciata, sfonda il mix dopo cinque minuti di relativa pace, i tre attaccano alla giugulare. Song Against Itself, invece, la scrive Bob Weston e infatti attacca tutta basso in faccia, ci pensa lui a sciorinarne lo scarno testo ed è un cambio di tono di una certa, ispirato da un “rodeo” di biciclette in cui i tre hanno suonato. A raccontarlo al sito The Self Portrait Gospel è il batterista Todd Trainer:
Fu assolutamente folle e lo ricordiamo come uno degli spettacoli più pazzi che abbiamo mai fatto. C’erano giostre di biciclette, biciclette su trampoli, rampe infuocate, una cyclette con le pagaie attaccate alla ruota posteriore in modo da colpirti il sedere mentre pedalavi, sei biciclette saldate una accanto all’altra con bombole di propano montate, un cannone che sparava fiamme a circa 15 metri e un milione di altre competizioni oltraggiose con fuochi d’artificio per un’emozione ancora maggiore. Il tutto era condotto da una donna in chaps [una sorta di copripantaloni resi celebri a noi poveri non-americani dai film western, ndr], completamente ubriaca, che provocava, umiliava e scherniva tutti. Fu un caos assoluto, totalmente selvaggio. Una delle tante cose oltraggiose che crearono, una bicicletta ‘contro se stessa’ con due ruote anteriori e una posteriore in comune. Il presentatore incoraggiava i clienti a salire sulla bicicletta per un bizzarro duello che inevitabilmente portava tutti a schiantarsi. Avremmo potuto scrivere un intero disco basato sul rodeo delle biciclette, ma abbiamo optato per una canzone.
Shoe Song è un altro brano firmato dal bassista, il testo è stranamente molto personale, quasi “dolce”, se visto da un certo punto di vista, e quel “I miss you” è una bella reference a Good Morning, Captain degli Slint, dal leggendario “Spiderland”, disco su cui ha lavorato proprio Steve, nella lista dei pochi dischi che ama sul serio, per dirne una, e ha questo “drone” di basso che gira sopra la testa come un elicottero e manda fuori di cranio, tutta atonale, tutta sfasata. Ghosts è una roba sbiellata, lenta, disperata, come, per l’appunto, un fantasma che si trascina qua e là per una casa abbandonata, visione che ha solo la ragazza protagonista del brano. Roba da serie TV, diremmo oggi, o da gioco di ruolo, al massimo. Appare anche Madam Curie, e infatti il sound è radioattivo, abrasivo, sleazy ma per davvero. In New Number Order si ricombinano numeri fino a crearsi una nuova identità. L’idea è di Trainer, la canzone accelera e decelera di continuo, è un elastico malato e se vi sembra quasi che non c’entri niente è perché non doveva diventare nemmeno un brano degli Shellac, e invece sì. Eccola qua. Perfettamente adesa alla follia. Canaveral ha quel profumo di alt rock Novantiano che fa sempre piacere, ma passato attraverso un tritacarne, gira attorno alla figura di Kennedy in maniera non troppo lusinghiera, anche se Albini rassicurò di non avere nulla contro il fu presidente, eppure eccoci qua a tirarle secche. Questa storia si chiude con la psicosi ultrapunk di Watch Song, una canzone che parla di “un orologio merdoso”, imbastardita da un riff assassino, compresso e tagliente, e quando entra la batteria ti vien voglia di calare le braghe e urlare assieme al buon Steve.
Se tanti di voi queste cose le sapevano già, tanto meglio. Ma i nostri “Back In Time” servono a quegli altri di cui parlavo sopra, e così sia. “1000 Hurts” uscì in un momento in cui il noise rock, o il post-hardcore, o il math rock erano già belli che codificati, ma agli Shellac non è mai fregato un cazzo, perché a farlo sono stati loro stessi e, quindi, non riscrissero nessuna regola, bensì le incisero nel cemento, materia di cui erano fatti tutti i loro brani, a futura memoria. E chi se lo dimentica?
P.S.: mentre cercavo varie interviste per rendere il tutto più interessante, ne ho trovata una del 2005 in cui alla band veniva chiesto se gli Shellac sarebbero ancora esistiti nel 2025 per poi partire con uno “Shellac death pool” discusso dal trio in toto che, a leggerlo ora, mi ha dato i brividi. Eppure, anche questo era Albini. Ci scherzava su. Ah, cazzo, Steve…

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