Alison Goldfrapp – Flux
Recensione del disco “Flux” (A.G. Records, 2025) di Alison Goldfrapp. A cura di Simone Grazzi.
È un po’ come quando vedi arrivar la donzelletta dalla campagna verso il calare del giorno. Il fascio dell’erba. Il mazzolin di rose e di viole che reca in mano. Tante aspettative, tanti animosi pensieri e poi magari non accade ciò che speravi, ciò che ti eri immaginato. Mi si perdoni tale citazione, ma lo ammetto Vostro Onore, le aspettative erano alte, forse troppo.
Ho ascoltato e riascoltato più e più volte il nuovo disco di Alison Goldfrapp, dal titolo “Flux”, uscito in questi giorni di metà agosto dell’anno astrale due zero due cinque, ma di realmente degno di nota ne ho trovato forse solo il progetto grafico. No dai, sto scherzando, non mi è piaciuto granché neanche quello. Più riguardo la cover e più mi rendo conto che ad avermi davvero colpito è stato forse solo quel color giallo fluo del giacchetto indossato proprio da Alison.
Ma veniamo alla sostanza, il disco. La produzione è al solito molto elegante e fascinosa, nulla da dire, ma tolti alcuni episodi che comunque non risultano memorabili, il successore di “The Love Invention”, non ne possiede la stessa originalità. Il disco è un dance floor roteante ad elevata densità sonora anni ’80, fascinazioni retro-pop (Hey Hi Hello, Play Hit (Shine Like a Nova Star), Cinnamon Light) e strizzate d’occhio smargiasse al genere synthwave (Strange Things Happen, Find Xanadu). La mirrorball posizionata al centro della pista ci prova volenterosa in tutti i modi ad illuminare la scena, ma il movimento anca e bacino risulta vagamente ingovernabile solo sulle onde sonore sintetiche di Sound and Light, Reverberotic e UltraSky, il resto è appunto elegante pop (tanto e forse anche troppo pop) che non riesce a far breccia. Da metà disco in poi, tutto quanto inizia a scivolar via in fretta e senza lasciare tracce evidenti di nessuna luminosa originalità o spunto degno di particolare interesse.
Chiariamo, il disco è godibile e si lascia ascoltare, ma da uno dei talenti più intriganti di questi ultimi 25 anni, e, visti i precedenti, era ed è plausibile aspettarsi qualcosa in più. Io sinceramente mi aspettavo molto di più. L’asticella non è stata alzata, il dance floor non si è elettrizzato a dovere ed io, dopo queste 434 parole mi sento già annoiato a parlar di questo disco.
E Vostro Onore, chiedendo già in anticipo scusa per questa ulteriore citazione finale, mi permetta di dire che tre indizi iniziano a fare una prova.




