La Dispute – No One Was Driving the Car
Recensione del disco “No One Was Driving the Car” (Epitaph, 2025) dei La Dispute. A cura di Andrea Vecchio.
Ero davvero curioso, di ascoltare il disco nuovo dei La Dispute. I quattro del Michigan, è innegabile, sono stati il punto di riferimento più stabile per l’emocore degli ultimi vent’anni negli Stati Uniti. Hanno saputo prendere il posto dei gruppi screamo storici e hanno rielaborato a modo loro, sicuramente più soft e orecchiabile, un genere nato per essere estremo. Sono stati fondamentali, per la storia del punk rock americano, proprio per questo motivo: hanno saputo creare una continuità robusta e idealizzata, portando il cosiddetto emostrillone sui palchi dei grandi festival internazionali e alle orecchie di chi, soprattutto in Europa, era ancora indeciso, verso la fine della prima decade dei duemila, tra punk e emo. Forse è proprio a causa di questo aspetto che li ho sempre considerati un gruppo da poser e da gente che non sapesse granché sul movimento. Li ho sempre snobbati e ascoltati relativamente poco, limitandomi a farmi tascinare svogliatamente, qua e là, da qualche loro brano.
Non mi ricredo sul passato, non ne ho né tempo né voglia, ma devo ammettere che questo nuovo “No One Was Driving the Car” sia una discreta e piacevole sorpresa. Abbandonata la No Sleep Records per accasarsi da Epitaph, la band di Grand Rapids pubblica quattordici canzoni sofferte e radicali, destinate a rimanere tra gli annali del genere. Una produzione perfetta per un’uscita che, a mio parere, serve al movimento, giusto per ridimensionare ciuffi e skinny jeans.
Ogni tanto ci vuole, un disco del genere.
“No One Was Driving the Car” inizia forte, con un duetto voce/batteria d’impatto, secco. La canzone si intitola Shave My Head ed assegna, in un modo o nell’altro, un ritmo preciso all’ascolto. Man with Hands and Ankles Bound è in qualche modo più sottotono, ma l’energia viene immagazzinata per esplodere nella sperimentale Self-Portrait Backwards ed in Autofiction Detail, un canzone dura, senza tregua, che compone uno dei tre singoli di lancio del disco. Landlord Calls the Sheriff In è invece il brano più particolare di questo lungo percorso, caratterizzato da un inizio alla Kyuss e un proseguire su linee di nuova scuola grunge. I Dreamt of a Room with All My Friends I Could Not Get In incuriosisce sin dal titolo e si rivela ben più coerente di quanto non possa sembrare. Saturation Driver, nelle parti non urlate, sembra un brano dei Jesus Lizard.
I La Dispute sono diventati più strilloni e più JR Ewing, rispetto a “Rooms of the House”. Se la voce nelle parti veloci si mantiene fedele alle origini, di stampo marcatamente Cedric Bixler, le lunghe riprese la fanno da padrone per tutto il disco, scontandosi forse un po’ troppo verso tecnicismi ma senza intaccare la genuinità del gruppo e dei suoi intenti. Parliamo di ricerca e non di limatura, è questo è un dato di fatto da non sottovalutare.
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