The World is a Beautiful Place & I am no Longer Afraid To Die – Dreams of Being Dust
Recensione del disco “Dreams of Being Dust” (Epitaph, 2025) dei The World is a Beautiful Place & I am no Longer Afraid To Die. A cura di Nicola Stufano.
Quinto disco per i The World is a Beautiful Place & I am no Longer Afraid To Die, band apparsa sulle scene negli anni dieci con dischi convincenti in bilico tra l’emo revival ed il post-rock e mai più sparita, sebbene abbia rarefatto le sue pubblicazioni nel tempo: “Dreams of Being Dust” segue di 4 anni “Illusory Walls”, che era stato salutato qui come uno dei dischi più convincenti della band.
Il suono del sestetto originario del Connecticut, partito come una sorta di post-rock vicino ai God is an Astronaut se non un filo più rumoroso e urlante, ha cambiato spesso direzione col susseguirsi dei cambi come seconda chitarra; ultimo nell’ordine Anthony Gesa, entrato in formazione dapprima come turnista nel 2022, per poi partecipare attivamente alla realizzazione di quest’ultimo disco. Un disco che suona abbastanza frastagliato: i rimandi sono principalmente nella direzione del progressive metal senza dimenticare l’imprescindibile compomente emo, suonando spesso e volentieri come un omaggio agli A Perfect Circle qua e ai Fucked Up là, arrivando a ricordare forse addirittura i God Machine (ma è più una suggestione, niente potrà mai davvero suonare come i God Machine ).
Il risultato finale del pastiche non è dei più gradevoli: gran parte dei pezzi fa molta fatica a prendere una direzione chiara e a piantarsi nella mente dell’ascoltatore. Le cose più definite si trovano forse nella seconda parte del disco: la coda finale di Captagon è un metalcore che sembra davvero suggerire gli effetti allucinatori della droga citata nel titolo, oltre ad essere una sequenza di batteria-campionamento davvero ben riuscita; Dissolving, per quanto semplice ballad, è il primo pezzo a risultare in una dimensione chiara. Anche la finale For Those Who Outlive Us, per quanto voglia suonare come una intensa coda progressiva, sembra inconcludente.
L’impressione è che la band abbia voluto raccogliere le suggestioni di un po’ tutti e frullarle su un alto livello tecnico, senza però far venire fuori “il disco”: se a livello di scrittura si respira un minimo di armonia e omogeneità malinconica (e questa non è una novità, a dispetto del nome wholesome della band ), a livello sonoro proprio non si trova un filo conduttore tra un pezzo e l’altro, quasi mai. In definitiva, un disco che di per sé non ha episodi brutti o disprezzabili, ma che fa molta fatica a lasciare qualcosa di interessante e memorabile all’ascoltatore.




