Tradimenti, Liste di nozze e radioattività: i 45 anni di “Never for Ever” di Kate Bush
“Never for Ever” è un mondo a parte nella discografia di Kate Bush: dopo aver ascoltato un disco del genere non si può che restare in silenzio.

Gianni rientra nella stanza con il vassoio e due tazze di caffè, quelle di terracotta molto elaborate e che fanno un tintinnio sommesso quando il cucchiaino tocca il bordo. Sul Thorens, “Africana“, il disco di Teresa De Sio è appena finito e il fruscìo della puntina riempie il silenzio della stanza che ormai e piena dell’aroma di caffè. Decidiamo di ascoltare ancora una voce femminile e tira fuori dal suo cappello magico, per essere più precisi dai suoi cubi di legno nero, un disco con una copertina magnifica.
“Non lo conosco” dico io mentre appoggio la tazzina nel vassoio e mi porge la copertina dopo averlo posizionato sul piatto.
“Ah sì! Kate Bush, Ma questo disco non lo conosco” ripeto mentre le prime note di Babooshka iniziano a risuonare.
Gianni sorseggia quello che è rimasto del caffè nella sua tazza e si accende la sua sigaretta, la finestra è socchiusa per far entrare aria nella stanza, io non fumo ma la scena che ho davanti mi piace. Un uomo che si lascia trasportare dalla musica e inizia a girovagare nei suoi ricordi, di una Napoli che ora non c’è più. Era il 1980 e Kate Bush pubblicava il suo terzo album, una copertina stupenda come detto prima, che ritrae tutto un mondo fantastico popolato da creature immaginarie che escono da sotto la gonna. La sua solita fantasia non conosce limiti e la sua vena compositiva si esprime al massimo.

Gianni batte il piede e simula sulla sua scrivania le posizioni della mano che suona il piano, accompagnando gli accordi e il ritmo di Babooshka. “Una storia di corna” mi dice, di questo parla il brano, anche se non è proprio esatto. L’atmosfera si fa più intima e delicata con Delius, una piccola perla tipica di Kate, che con suoni molto ricercati e una melodia ammaliante ha un effetto ipnotico. Non ci sono i telefonini, non li hanno ancora inventati e niente può distrarre l’ascolto.
Gli amici si incontrano ancora davanti ad una tazza di caffè.
L’amicizia è proprio questo, condividere il piacere di ascoltare un disco e lasciarsi trasportare dalle note. Blow Away, direbbe Kate, proprio come la canzone che ascoltiamo in quel momento, “Please don’t thump me, don’t bump me, i want to stay here”, ed è lì che vogliamo stare. Con le orecchie che assaporano ogni singola nota. “Never for Ever” è un mondo a parte nella discografia di Kate Bush, un livello altissimo di liriche e composizioni che eguaglierà, solo in parte, con “Hounds of Love“. Con Egypt si raggiunge il picco del disco, un brano che nasconde una vena progressive raffinata e una melodia al pianoforte che ti tiene stregato. I brani scivolano via in come una pièce teatrale, pieni di suoni suggestivi e arrangiamenti ricercati, The Wedding List, Violin, TheinfantKiss. L’accattivante melodia di ArmyDreamers si fa spazio e Gianni ricorda di avere anche il 45 giri, parte un suo ricordo di quei primi anni ’80 e di come Kate Bush abbia lasciato un segno indelebile con la sua musica. Di come abbia saputo farsi apprezzare con la sua creatività e talento.
Mentre continuo a scrutare le illustrazioni del vinile si avvia anche l’ultima canzone, la splendida Breathing. Un brano dalla drammaticità compositiva e concettuale che solo una mente come Kate poteva concepire. Una denuncia contro l’uso del nucleare e sui danni che esso può portare al genere umano. Da sempre attenta a temi sociali, Kate li ha trattati con una poetica unica e personale che mai trascende nella banalità. Breathing resta uno dei brani più rappresentativi di questa piccola maga della musica, una strega che ha costruito alchimie sonore in grado di travolgere l’ascoltatore.
Di nuovo la puntina comincia a girare a vuoto e il fruscìo della fine del disco si impadronisce della scena.
Dopo aver ascoltato un disco del genere non si può che restare in silenzio e guardare oltre la finestra e lasciare che l’aria entri per togliere il fumo dalla stanza.

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