Kate Bush e la magia di “Hounds of Love”, 40 anni di meraviglia

La sensazione che resta è l’estrema naturalezza con cui Kate Bush attraversa i più diversi mondi musicali, come una leggiadra regina che visita soavemente i suoi domini. Non rimane che inchinarsi.

Devo iniziare questa recensione con una confessione: sono una di quelle persone entrate in contatto con la musica di Kate Bush grazie a “Stranger Things” e al rinnovato hype per Running Up That Hill (A Deal With God). Quindi sì, puristi di ogni epoca, mi consegno reo confesso a voi, sperando nella vostra clemenza: sono un fan dell’ultima ora di Kate Bush e della sua musica, lo ammetto.  (Qui la confessione, poi, sarebbe in realtà duplice, perché io “Stranger Things” neanche l’ho visto. La mia associazione tra Running Up That Hill e la serie tv nasce indirettamente, da una amica che ai tempi mi fece ascoltare il brano dicendomi che l’avevano usata in una puntata. Ma eviterò di mettermi contro due fanbase in un unico articolo, per cui lasciamoci alle spalle questa vicenda.)

La cosa buona di Kate Bush, ad ogni modo, è che non c’è bisogno di averla ascoltata per quarant’anni per rendersi conto di quanto la sua musica sia grandiosa. Era inevitabile, a questo punto, che “Hounds Of Love” diventasse il mio personale punto di partenza per esplorare la discografia della musicista inglese.

L’apertura di Running Up That Hill contiene di già in sé tutti gli elementi che servono a rendere un capolavoro il disco: un gusto pop così radicato da poter smuovere qualsiasi ascoltatore, intrecciato ad una tensione mistica capace di elevare qualsiasi spirito all’ascolto. Il deal with God, in questo senso, è proprio davanti alle nostre orecchie. Le successive quattro tracce, tutte contenute nella prima facciata dell’LP originale, sono altrettante manifestazioni di un genio pop tanto versatile quando profondo, con l’incedere orchestrale e i sentori nipponici di Cloudbusting a fare da contraltare all’eterea immaterialità della traccia di apertura.

La seconda facciata, intitolata “The Ninth Wave”, ruota intorno al tema del trovarsi abbandonati in mezzo alle onde, una delle più grandi paure di Bush. Prende il suo nome dalla leggenda marinara secondo la quale, in una serie di ondate consecutive, la nona sarebbe quella dalla forza più dirompente. I brani di questa facciata – un autentico caleidoscopio di sonorità e umori – sono una esplorazione dell’animo umano quando si trova a fronteggiare una delle sue paure più ancestrali: trovarsi solo in mezzo ad una illimitata distesa. C’è spazio per la trasognata incredulità in cui ci lasciano le tragedie impreviste (And Dream Of Sheep), per gli incubi orchestrati dal terrore che sale (Under Ice), per la lotta con i propri demoni interiori, in un disperato quanto necessario tentativo di risvegliarsi (Waking The Witch). Ma anche per il solenne ritorno alla vita nella lunga e immaginifica Hello Earth, quasi una conclusione ad honorem del disco.

La sensazione che resta, al termine di “Hounds Of Love”, è l’estrema naturalezza con cui Bush attraversa i più diversi mondi musicali, come una leggiadra regina che visita soavemente i suoi domini. Non rimane che inchinarsi.

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