Between The Buried And Me – The Blue Nowhere
Recensione del disco “The Blue Nowhere” (Inside Out Music, 2025) dei Between The Buried And Me. A cura di Lorenzo Luzi.
Nel mondo i “progressisti” stanno perdendo sempre più terreno nei confronti dei reazionari, nazionalisti, guerrafondai. È un percorso intrapreso da anni ormai ma siamo forse al suo apice, adesso. E non è un caso se anche nella musica il genere progressive, che già da anni si trova in grave difficoltà e stagnazione, vede in quest’ultimo periodo davvero pochissime uscite degne di nota. Nel mondo metal poi, che ne parliamo a fare. I Between The Buried And Me sono sempre stati un gruppo estremamente sperimentale, progressivo nel vero senso della parola, quello di andare sempre avanti, sempre oltre. E se non c’è niente da fare neanche per loro, vuol dire che c’è bisogno di ripensare il genere quasi in toto.
“The Blue Nowher“e arriva già dopo un disco di stanca dei nostri, “Colors II“, che andavano a ripescare il loro capolavoro del 2007 per dargli un seguito sì ascoltabile, ma assolutamente non richiesto e fuori tempo massimo, un lavoro veramente di poco conto se confrontato alla loro lunga discografia. Dopo 4 anni d’attesa e per la prima volta dall’esordio senza il chitarrista ritmico Dustie Wearing – allontanato dalla band dopo le accuse di alcune fan a suo carico per molestie sessuali – il collettivo statunitense mette insieme un totale di 10 tracce dichiaratamente senza alcun filo conduttore tra loro; Tommy Rodgers stesso conferma che non ci sia un vero e proprio concept come per i precedenti lavori del gruppo, ma solo delle tematiche o sensazioni ricorrenti che volevano esser trattate nei brani.
Già dal primo singolo e primo pezzo dell’album, Things We Tell Ourselves in the Dark, si può avere una cartina tornasole dell’opera: la canzone vorrebbe essere un compendio d’influenze variegate, ma come nei peggiori pezzi del genere, tutte queste sonorità sembrano solamente parti scollegate che fluiscono una dopo l’altra senza alcun tipo di legame armonico, sonico, compositivo. Si passa dal funky al metal al pop senza cercare in alcun modo di costruire pathos o semplice emotività, come se i nostri fossero interessati alla mera tecnica esecutiva. Senza contare che durante l’ascolto si potrebbe giocare tranquillamente un bingo degli “stereotipi” della band, che tra stacchetti circensi, passaggi jazzati e linee melodiche sempre sulle stesse scale riuscirebbe a riempire svariate cartelle del gioco.
In God Terror un inizio più industrial in cui entra un riff a la Pantera sembra stranamente risollevare l’umore, così come anche in Slow Paranoia e Psychomanteum ci sono alcuni passaggi che dimostrano ancora il talento anche compositivo dei nostri, nonostante anche in queste ultime canzoni si ricada in territori già esplorati, questa volta attingendo da “Parallax II: Future Sequence“. Un brano come Door #3 ricalca pienamente la struttura di Bloom del suddetto disco, senza cercare neanche di rimodernare qualcosa che ormai ha più di 13 anni, se rimaniamo solamente nel contesto del gruppo, e per un gruppo che vorrebbe e dovrebbe fare progressive, questo è sicuramente un problema. C’è anche una voglia di tornare ad alcune radici più -core dei primi dischi, con breakdown spaccaossa e una voce sempre più impazzita di Rodgers, ma anche qui, sono passati 20 anni, in cosa stiamo progredendo?
“The Blue Nowhere“ è un disco senza capo né coda, con brevissimi sprazzi di interesse che annegano in oltre 1 ora e 11 di pura noia, in cui l’estrema imprevedibilità delle composizioni diventa invece completamente intuibile, e di nuovo il gioco del bingo ci corre in soccorso per riuscire ad arrivare alla fine. Se il genere progressive deve essere ridotto ad un mero potpourri di altri generi per continuare a “stupire” (chi?) invece che sperimentare sonorità sempre differenti, vuol dire che, come per la politica mondiale, si sia trasformato in qualcosa di reazionario, statico, conservatore.
Dispiace vedere che anche dei mostri sacri come i Between The Buried And Me, che erano sempre riusciti a mantere un livello decisamente alto fino a qualche disco fa, siano ormai completamente perduti in loro stessi. Se mai dovessero uscirne, sarò felice di riaccoglierli nella mia vita. Fino a quel momento, torno a sentirmi “Colors“, rigorosamente senza il suo sequel.




