Blood Incantation – Absolute Elsewhere

Recensione del disco “Absolute Elsewhere” (Century Media, 2024) dei Blood Incantation. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.

Erano anni che, per il mio personale sollazzo, non vedevo/sentivo i metallari incazzarsi tanto per un disco (più o meno da “Sunbather” dei Deafheaven) come accaduto per “Timewave Zero” dei Blood Incantation. Tanto innamorati di “Hidden History of the Human Race” quanto annientati dal suo (per me stupendo) successore, che prendeva le distanze da tutto e senza lasciarsi dietro un niente assoluto.

Va da sé che l’attesa del nuovo lavoro dei Nostri fosse di quelle febbrili. Altro ambient? Di nuovo death metal? Potranno mai i deathster più incalliti non doversi più imbufalire per un gruppo di eroi, come pochi altri ne stanno nascendo in questo nuovo, piatto millennio? Il quartetto di Denver, Colorado, ha subito gettato l’amo: “Un disco prog anni ’70, suonato da una band death anni ’90”. Quando ho letto la citazione, lo ammetto, ho riso, immaginandomi subito le reazioni. Già scegliere di intitolare l’album come una band prog nata e morta in quegli anni ’70 (gli Absolute Elsewhere di Bill Bruford), beh, è una sfida a carte scoperte.

Un album con due brani soltanto, suddivisi in più “tablet” (come ritrovamenti di una civiltà aliena estinta, è chiaro), lunghi e complicati, dalle strutture insensate, o meglio, astratte. Di concreta astrazione si può parlare, The Stargate (l’a-side) ne è imbevuta, tra le parentesi quadre death sbiellato vanno a incastrarsi cubi kosmische, elettronica rarefazione, addirittura virgole folkish che tanto mi ricordano i Comus e addirittura tribalismi ferali, percussivi e antichi, infiltrazioni di violenza assoluta e debilitante, urla cacofoniche, gutturali che, come mostri tentacolari dallo spazio profondo, si divorano tutto quanto.

Girando lato cambia subito la distribuzione del massacro. The Message apre in progressione elettrica, molto rock e lineare che subito si tramuta in un macello totale, death metal epico oltre misura, imbastardito da assoli ascendenti e blastbeat carteggianti, tempo ornato non solo da velocità supersoniche ma anche da stomp tellurici seguiti da accelerazioni thrasanti, come da schuldineriana memoria. Se qui le sembianze progressive assumono un volto, è più quello il cui riflesso somiglia a “Beat” dei King Crimson, ma sono intermittenze nel disastro, che un attimo dopo richiamano alla mente Syd Barrett prima del delirio finale ma già con lo sguardo fisso alle stelle, quello successivo sono pronte a venir tritate dall’ultraviolenza totale.

Al di là della confusione che creerà in molti amanti del genere, “Asbolute Elsewhere” è un diamante tutto tranne che grezzo. Come nei migliori racconti di fantascienza ha le sembianze di un’antica cattedrale iperfuturistica ritrovata su un pianeta nell’orlo più esterno della galassia, rovine di un mondo che ha visto il futuro ma che è già passato. Lì sta la sua estrema bellezza. Perché solo di “estremo” si può parlare, quando si tirano in ballo i Blood Incantation. E se farà discutere, meglio ancora. Vuol dire che qualcosa che infiammi gli animi ancora esiste. Per fortuna.

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