Joanne Robertson – Blurrr

Recensione del disco “Blurrr” (AD 93, 2025) di Joanne Robertson. A cura di Joaldo N’kombo.

Ormai, quando si parla di Joanne Robertson, si ha a che fare con una veterana navigata presente nel giro da diverso tempo, soprattutto attraverso una serie di collaborazioni con il noto padrino dell’hip hop sperimentale: Dean Blunt. Un sodalizio che ha portato la Robertson a essere una delle voci più caratteristiche proprio di quella particolare sfumatura underground della musica inglese, caratterizzata da produzioni lo-fi minimali, con affinità dream pop, pop o hip hop, tenendo presenti possibili virate più elettroniche/sperimentali o folk. E in questa scena sfuggente, che sembra fare del mistero la propria cifra stilistica preferita (ancora, basti citare Dean Blunt, il mistero fatta persona), la cantautrice inglese è forse una delle personalità meno “cool and mysterious” che ci siano, non perché a suo modo non lo sia, ma perché la sua musica si mostra e si fa sentire con trasparenza, senza troppi filtri. 

Ascoltare Joanne Robertson è sempre un’esperienza abbastanza intima, quasi confessionale, soprattutto grazie a quella chitarra acustica e a quel riverbero che dà l’impressione di stare in una grande stanza vuota da soli, insieme a lei, regalando una bella sessione di comfort listening. Le cose non cambiano di certo con “Blurrr” (AD93), l’ultimo suo album, su cui, proprio per tale ragione, non c’è in realtà molto da dire. La formula è la stessa che si è già vista in “Blue Car” o “Painting Stupid Girls”, il che potrebbe stridere e deludere le (giustissime) aspettative di qualcuno desideroso di sentire la Robertson in altre vesti, ma è anche vero che, arrivati a questo punto, dopo anni è ormai chiaro come lei sia questo: prendere o lasciare.

Ciò detto, se invece si è fan insaziabili della Robertson che ormai conosciamo a memoria, “Blurrr” è sicuramente l’album giusto. Sono in tutto nove tracce che vedono in tre brani (Always Were, Gown e Doubt) la partecipazione del violoncellista, compositore per film e produttore Oliver Coates. La chitarra acustica rimane lo strumento principale, anche se sono da tenere presenti diverse sezioni ad arco – all’interno soprattutto delle canzoni con Coates – che, più che duettare con lo strumming o il fingerpicking di Joanne, gli fanno da sfondo ambientale, una sorta di supporto che regala un certo tipo di volume al sound complessivo. La voce della cantante è come al solito eterea, calmante, ingolfata da un riverbero che, sebbene spesso non renda comprensibile le parole pronunciate, restituisce un suono piacevole. Le sue vette “Blurrr“ le raggiunge probabilmente con le ultime due tracce: Doubt e Last Hay. La prima splende come picco emotivo, soprattutto – c’è da dirlo – grazie al meraviglioso contributo di Coates, che, sviluppando quello sfondo sonoro accennato prima, incornicia un crescendo che con lo scorrere dei secondi diventa sempre più potente. Last Hay si tratta invece di una canzone unicamente arpeggiata dalla chitarra della Robertson che, per questi titoli di coda, compone una melodia folkloristica, posata e gentile su cui la sua voce riesce a ballare in maniera deliziosa concludendo ottimamente l’album.

Come già detto, poco c’è di nuovo. “Blurrr” permette di riascoltare i suoni di un territorio già battuto ma con sfumature diverse. Perciò se si è stanchi di fare caso alle sfumature, se si vuole un totale cambio di scena, è probabilmente un album come un altro all’interno della discografia della cantante, ma, se queste sfumature si accolgono, ascoltare l’ultimo progetto di Joanne Robertson può sembrare un po’ come tornare in un posto sicuro, caro alla propria memoria.

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