Olan Monk – Songs for Nothing
Recensione del disco “Songs for Nothing” (AD 93, 2025) di Olan Monk. A cura di Joaldo N’kombo.
Dopo una pausa durata quattro anni dall’album “Auto Life”, Olan Monk torna con il suo ultimo LP: “Songs for Nothing” (AD 93). Se si guarda ai lavori precedenti – come anche “Love/Dead” -, “Songs for Nothing” non è poi molto differente nelle impostazioni, eppure un discrimine c’è, ed è dato da un’istanza riflessiva e sensibile piuttosto inedita. Ma che tipo di sensibilità? Beh, Olan Monk è irlandese, e come molti altri artisti suoi connazionali, con “Songs of Nothing” ha deciso di portare al centro del suo progetto questa sua identità. Attingendo dal proprio folklore musicale, l’artista ha rinnovato la sua proposta colorando la tradizione nel calderone della sperimentazione underground, noise ed elettronica.
Lo si sente fin dall’inizio con Corp, un’introduzione strumentale e cadenzata che si forma a partire da suoni di tastiere e tamburi – insoliti se si guarda alla discografia del cantante -, articolandosi sempre con più veemenza e ritmo attraverso l’innescarsi di diversi contributi elettronici: il suono complessivo è ansiogeno, quasi opprimente, come se dovesse incombere qualcosa. Questa tensione si rilascia poi con la seconda traccia Down 3 (featuring con la fedelissima Maria Somerville), in cui ci si ritrova su terreni più familiari: accordi di chitarra elettrica che ammiccano allo shoegaze, drum-machine e la classica voce di Olan Monk che duetta con la più pulita e soave Maria Somerville. 10 Days è un brano abbastanza simile se non fosse che, ad aggiungersi agli elementi precedentemente citati, ci sono archi e fiati in sottofondo che aggiungono al brano una sfumatura ventosa, da un’eleganza classicheggiante nonostante persistano la drum-machine e l’auto-tune, operazione di contaminazione che si ripete anche in Blank Page, brano più opprimente e turbolento. Drón Feadóige è invece una traccia ambient costituita da una distorsione costante che viene eventualmente decorata da diversi elementi sonori che rendono il brano affine, nelle atmosfere, alla precedente Corp. In Oatmilk è centrale il suono di una chitarra elettrica che abita la canzone per tutta la sua durata; Can’t Wait riprende con successo la formula già usata in 10 Days mentre Pomegranate si lascia andare alla più classica ruvidità abrasiva a cui Olan Monk ci ha abituato, presente anche nella penultima traccia Fate (Reprise) seppur adagiandosi su un terreno musicalmente più melodico.
A chiudere l’album ci pensa Amhrán Mhaínse, che è un po’ la canzone più rappresentativa di quell’incontro tra mondi e sonorità a cui si è fatto inizialmente riferimento. Finalmente le cornamuse! Esse dialogano con archi e chitarre elettriche in una traccia dedicata totalmente al protagonismo dello strumento che, inevitabilmente, penetra dentro in maniera viscerale, quasi religiosa.
“Songs for Nothing” è un progetto a tratti poetico, che riesce a risaltare all’interno della discografia di Olan Monk proprio per come si porta addosso una sorta di fragilità, sentimento che decide di mettere leggermente da parte i vari muri di suono in favore di qualcos’altro: una tensione folkloristica che smuove e rapisce.




