pôt-pot – Warsaw 480km
Recensione del disco “Warsaw 480km” (Felte, 2025) dei pôt-pot. A cura di Simone Grazzi.
A tutti coloro che dicono che la musica di oggi è morta e finita, facciamogli credere che hanno ragione. Annuiamo. Accondiscendiamo. Perché poi, il più delle volte, questa sciocchezza (perché di sciocchezza si tratta) viene detta senza neanche aver la curiosità di uscire fuori anche solo per un istante da quello che è il recinto di comfort delle grandi radio nazionali. Quelle che iniziano la giornata (ogni singola giornata) con il solito “Ciao ragazzi come state? Siete pronti anche oggi ad ascoltare la miglior musica del mondo che solo noi sappiamo regalarvi?”, per poi passare, quando dice bene, sì e no una manciata di canzoni nuove al dì.
E allora questo disco teniamocelo per noi. Gustiamocelo. Io lo sto già facendo da giorni. E mi garba proprio assai. Si, il disco d’esordio dei pôt-pot è decisamene interessante. Mark, Joe, Michael, Elaine e anche tu Sara, se capitate da queste parti, fatemi pure sapere perché io la mano ve la vorrei stringere in maniera calorosa e vorrei proprio ringraziarvi di cuore. I precedenti EP avevano meritato speciali menzioni di gradimento, ma questo primo vero e completo lavoro di debutto mantiene ogni promessa. Lo ammetto, già dalla copertina le good vibrations c’erano state tutte.
Un album dal titolo “Warsaw 480km”, a mio avviso, anche senza possedere nessun particolare sesto senso, non poteva non suggerire già di per sé il tirar fuori dall’armadio il giubbotto nero di pelle preferito, uscire in strada e iniziare a percorrere a sguardo dritto verso un punto all’infinito, l’intero tratto londinese di Hoxton Street, travolgendo tutto e tutti, saltando sul cofano delle auto che non si fermano al nostro incedere e fregandocene di qualunque cosa terrena. Fock ya!
Kraut-rock, shoegaze, post-post punk, post cene brave e psichedeliche, occhi aperti/chiusi, teste che rimbalzano da destra a sinistra (…o da sinistra a destra, questo decidetelo pure voi in libera, liberissima scelta) e soprattutto tanta voglia di alzare il volume fino a costringere il vicino di casa a bussarci contro la parete. Niente di nuovo all’orizzonte, nessuna rivoluzione sonora, ma senza dubbio un disco godibilissimo, ben suonato e che nelle dieci tracce che lo strutturano sa regalarti diversi momenti di estraniamento dalla realtà. E quando ciò accade, chi se ne importa di tutto il resto. Anzi!
Pezzi come WRSW, I AM! o Can’t Handle It sono di quelli che ti fanno drizzare le orecchie dopo neanche cinque secondi dall’inizio. Di quelli che “…Ok, questa la inserisco nella playlist del mese e me la ascolto in loop!”. L’algoritmo, quello che molti criticano, ma che in definitiva proprio così stronzo e stupido non è, a seguito dell’ascolto di questo album, potrebbe suggerirvi un mix di band come i Brian Jonestown Massacre, i Suuns, i Black Rebel Morocycle Club, qualcosa dei Moon Duo e senza dubbio i più recenti Kerala Dust, fino a riportarvi laddove tutto quanto è inevitabilmente iniziato e cioè tra le spiagge e le case occupate dalle comuni hippie, tra i motel sperduti nel deserto, i fumosi e lisergici locali della strip e tra quei sogni di cambiare il mondo di quella California della fine degli anni ’60 che lentamente si stava però già spegnendo.




