Cardiacs – LSD

Recensione del disco “LSD” (The Alphabeth Business Concern, 2025) dei Cardiacs. A cura di Martino Petrella.

Dopo circa 26 anni dall’ultimo disco in studio tante cose sono accadute nel mondo dei Cardiacs. Molte di esse purtroppo non sono state affatto positive. La lunga malattia del leader Tim Smith ha bruscamente interrotto l’attività del gruppo, e la sua morte nel 2020 è stata l’ultimo capitolo di una storia dolorosa e beffarda. L’affetto e la dedizione di familiari, amici, fan e colleghi ha però contribuito in questi anni a mantenere vivo lo spirito e la musica della band attraverso concerti, iniziative benefiche, ristampe, atte a raccogliere fondi per le cure mediche di Tim e a portare avanti con orgoglio un mondo musicale che non poteva restare silente. Tutto ciò ha contribuito ad accrescere sempre più la fanbase dei Cardiacs che, soprattutto dopo la morte del loro leader, si è ravvivata con nuovi proseliti da tutto il mondo. La storia non sembrava affatto conclusa.

Nel 2008 Smith e soci (Jim Smith, Kavus Torabi e Bob Leith) avevano iniziato a lavorare ad un nuovo album, che sarebbe dovuto uscire in autunno, il primo dopo “Guns” del 1999. Era un momento molto florido e secondo gli altri membri del gruppo qualcosa era nell’aria. Purtroppo le registrazioni sono state interrotte dall’improvviso infarto di Tim e la sua successiva condizione, intrappolato in un corpo che non rispondeva più ai suoi comandi. Per anni questo album ha assunto uno status mitologico tra i fan, speranzosi che un giorno sarebbe potuto uscire in una qualche forma, se solo il suo ideatore avesse riacquistato le forze per completarlo.

Dopo la sua scomparsa sembrava ormai inverosimile aspettarsi una sua futura pubblicazione ma sorprendentemente lo scorso anno suo fratello e membro storico del gruppo Jim Smith ha dichiarato che il disco era finito e quasi pronto ad essere rivelato al pubblico. Ciò è stato possibile grazie a una serie di personaggi vicini ed interni alla band che per anni si sono impegnati a proseguire il lavoro iniziato tempo prima da Tim. Smith stesso prima di morire ha supervisionato ed approvato il progetto e i suoi fautori. Ora dopo un processo durato quasi 20 anni “LSD” è finalmente stato portato a termine.

Uno degli aspetti più complessi da risolvere era la mancanza di tracce vocali sulla maggior parte dei brani. Il difficile compito di dare voce a queste canzoni è stato affidato a Mike Vennart (Oceansize, Biffy Clyro) e Rose-Ellen Kemp, ed ascoltando il risultato sembra essere stata una scelta più che giusta. Craig Fortnam (North Sea Radio Orchestra) ha curato magistralmente gli arrangiamenti per archi e ottoni, approvati dallo stesso Tim Smith prima della sua morte. A completare l’opera appaiono anche figure legate da anni alla band come Sharron Fortnam, Jo Spratley e James Larcombe.

Il dubbio che un’operazione del genere potesse rivelarsi fredda e poco autentica viene immediatamente spazzato via dalla potenza dell’incipit Men in Bed. Senza convenevoli veniamo travolti da un inno tracotante di pathos che ricorda nella sua intensità Home of Fadeless Splendour, primo brano di “Heaven Born and Ever Bright” del 1992, diventato negli anni una sorta di canzone-manifesto. La successiva The May è pura energia e segue la tradizione dei Cardiacs di piazzare per seconda una delle tracce più serrate e fulminanti del disco. Stacchi rapidissimi e cambi di accordi lanciati come frecce incendiarie fanno da tappeto a melodie che sono Cardiacs al 100%. La gioia che sprigiona poteva essere veicolata solo da Tim Smith, e questo disco porta la sua firma su ogni brano. Questo è anche uno dei pochi pezzi nei quali la sua voce era stata registrata in tempo per permetterci di ascoltarla un’ultima volta.

L’incredibile cantabilità ed eleganza delle melodie permette alle strutture strumentali più arzigogolate e folli di colpire al cuore nella maniera più efficace, come ci confermano le successive Gen, Woodeneye, Spelled all Wrong e By Numbers. L’euforia e la vitalità che emana questa musica è lampante, e il fatto che siano sprigionate in modo così puro dopo tanti anni conferma la grandezza di questo album e il lavoro certosino di tutti coloro che lo hanno reso possibile.

Nonostante la complessità e la stratificazione dei suoni il punto fondamentale di questo album sono le canzoni, e la sensibilità pop di Tim Smith si manifesta in uno degli esempi più puri. Non mancano però momenti di pura follia come la parte centrale di Skating. Un treno di note rompe ogni binario logico e riduce a brandelli ogni tentativo di comprensione, portando il brano nello spazio siderale. Sembra quasi un frullato di tutti i momenti più acrobatici dei Cardiacs (Fiery Gun Hand, Baby Heart Dirt, Hope Day e via discorrendo) condensati in un lampo cubista e multiforme assieme a stacchi surf-rock, cori alieni e riff psichedelici beatlesiani. L’aspetto psichedelico, che ben si sposa con il titolo del disco, è riscontrabile soprattutto nella chitarra di Kavus Torabi (Gong, The Utopia Strong), che sfodera riff e assoli caleidoscopici, espandendo e arricchendo l’universo sonoro già vasto di Smith. Kavus è entrato nei Cardiacs nel 2003 e questo è il suo unico vero e proprio album in studio con loro. Un altro dei motivi per essere grati della sua pubblicazione.

Momenti di raffinatissimo pop (Volob) continuano a convivere con ammalianti cavalcate strumentali (Busty Beez) in un equilibrio impossibile per chiunque altro, ma non per loro. Gli arrangiamenti di Craig Fortnam prendono vita nel loro esempio più alto su Ditzy Scene, canzone pubblicata come singolo nell’ormai lontano 2007, qui arricchita da intrecci e tessiture strumentali che ci riportano alle atmosfere quasi cameristiche di “A Little Man and a House and the Whole World Window”.

Dopo qualche altro fulmine a ciel sereno (Lovely Eyes, A Roll From a Dirty Place) arriviamo alla conclusione di questo doppio album. Originariamente l’ultimo brano del disco sarebbe dovuto essere la struggente Vermin Mangle, pubblicata nel 2020 nel giorno del funerale di Tim. Ora, in accordo anche con il suo stesso autore il suo posto è stato preso da Pet Fezant. Il testo, scritto dalla compagna di Smith Emily Jones, è una celebrazione della vita e un’accettazione di ciò che è stato, guardando in alto assieme per gioire della luce e per non temere il buio.

Un finale intenso e potente, che ci ricorda che chi ha composto questa musica non è più tra noi, ma allo stesso tempo mette in risalto la gioia, la forza vitale che questa musica continua a emanare. Il coro lascia spazio alla lunga coda strumentale che va avanti in un lentissimo fade-out, riportandoci pian piano sulla terra, un po’ storditi ma consapevoli che a volte la musica può davvero renderci migliori.

Glory lies on the ground
all pointing our beaks up into the sky

Post Simili