Patrick Watson – Uh Oh

Recensione del disco “Uh Oh (Secret City Records, 2025) di Patrick Watson. A cura di Chiara Crisci.

Al termine di un’Estate piuttosto tiepida in quanto a novità musicali, a scaldare il nostro cuore pesante ci pensa il nuovo disco di Patrick Watson, “Uh oh”, che ha più di una storia da raccontare nel tenerci compagnia nelle uggiose giornate dell’Autunno incipiente.

La prima storia riguarda lo strano titolo che il cantautore canadese ha voluto scegliere per il suo nono album di ben 11 pezzi inediti: un’interiezione onomatopeica di stupore, con un accento di disappunto, che l’illustratrice canadese, Arizona O’Neil, ha tradotto in un’immagine semplice e delicata per l’artwork. Il cantautore ha spiegato che l’idea di fondo per il titolo derivasse dalla esternazione di amara sorpresa in quei piccoli e grandi momenti di inciampo, incidenti, ostacoli che mettono in standby la vita per qualche tempo e costringono a mutare prospettiva per reinventarsi. 

La storia di “Uh oh” comincia proprio con un inciampo bello e buono, un problema serio di salute: un giorno, inaspettatamente, Patrick si è ritrovato senza voce per tre mesi e senza la minima idea sulla possibilità di recuperarla. Quale peggior sorte per chi della voce fa il suo strumento più prezioso? Nell’eventualità di non poter più cantare, però, non si è perso d’animo e ha composto gli undici brani di questo disco affinché a cantarli fossero altre voci. Qui, le vicende di “Uh oh” si intrecciano con molte altre, quelle di altre voci, tante voci femminili eterogenee, ciascuna con la propria dose di magia: dall’iconica Martha Wainwright all’ emergente Solann, dalle canadesi amate da Watson come Klô Pelgag e Charlotte Oleena alle star del pop internazionale come Charlotte Cardin, MARO, November Ultra, Hohnen Ford, finanche alla fidata compagna di avventure, La Force (Ariel Engle). Poi, però, nell’intrecciarsi di queste vite, la voce di Patrick è tornata e, così, il progetto originario ha mutato fisionomia, diventando un album corale fitto di collaborazioni che danno vita a storie trasognate e sospese a mezz’aria, utilizzando più lingue, dall’inglese e francese, a cui ci hanno già abituato i lavori precedenti, allo spagnolo.

Uh oh” si apre con il ritorno della voce vellutata dell’artista in Silencio (feat. con la cantautrice francese dal timbro celestiale, November Ultra), che su un’eterea orchestrazione di chitarre arpeggiate, delicata batteria, pianoforte e sintetizzatori riflette sul potere del silenzio, dopo la perdita della voce. Registrata presso lo Studio Rubin Alterio, in un loft di un pittore a Parigi, con vista su Montmartre, è cantata sia in spagnolo che in inglese. 

Peter and the Wolf, citando l’omonima composizione, datata 1936, del musicista russo Sergej Prokof’ev, è uno dei due brani cantati unicamente da Watson. La vocazione per lo sperimentalismo nell’ambito dell’elettronica si pone al servizio della narrazione di un’oscura “fiaba gotica” che alterna inglese e francese: la parte iniziale si ispira a una passeggiata crepuscolare nella foresta del Québec, mentre si infittisce la nebbia; la seconda metà si cala tra le strade di New Orleans e i suoi fantasmi, in cui un’auto diventa trasposizione del lupo della fiaba. Il Québec resta protagonista nel videoclip diretto da Watson insieme a SamWoy.

The Wandering con l’artista portoghese MARO è un duetto spettrale di armonie e orchestrazioni inquietanti, con un sottile groove bossa nova. Il pezzo è accompagnato da un suggestivo video musicale girato a Los Angeles, diretto dal regista Jacob Jonas, che inscena una danza irresistibile e trascinante. Squilli di trombe aprono e sostengono Choir in the Wires; mentre i cori e l’impalpabile accompagnamento della canadese Charlotte Oleena sostengono la title track, che mescola sonorità elettroniche e da carillon a orchestrazioni magistrali, in atmosfere fatate e eteree.

Interpretata da Patrick Watson insieme ad Ariel Engle, artista conosciuta come La Force, sua collaboratrice di lunga data e corista nella sua band fin dagli esordi, invece, The Lonely Lights ha come protagonista il pianoforte che conferisce allure notturna tipica delle composizioni e delle soundtrack firmate da Watson. Ami imaginaire (feat. Klô Pelgag, altra cantautrice canadese) si affida all’elettronica per creare uno dei pezzi più immaginifici dell’album, in cui le voci abilmente sfumate fluttuano sopra una base iperattiva di ritmi in loop. Un brano allucinato, quasi ballabile.

Si passa così, in modo fulmineo, a una voce femminile più profonda e malinconica, quella della britannica Hohnen Ford, e alle chitarre acustiche di Postcards, quasi un brano folk da camera sognante, brevissimo (lungo poco più di un minuto). Scritta da Watson e dall’acclamata cantautrice connazionale Martha Wainwright, House On Fire, vede un intenso arrangiamento d’archi e un commovente intreccio di voci, quella vigorosa multiottava della Wainwright e il timbro delicato e sensibile di Watson, in duetto vulnerabile e intenso di voli e cadute:  “I’ll be wrong / you’ll be right / I don’t mind / I just want to make it right”.

Gordon in the Willows, invece, pubblicato come secondo singolo, ad anticipare il tono intimo e urbano dell’album, è nato e stato registrato insieme alla canadese Charlotte Cardin in un piccolo villaggio sul lago in Québec. In occasione della sua uscita, nello scorso inverno, è stato presentato durante uno show a sorpresa in cima al Mont Royal di Montréal. La voce della Cardin sembra trasportare in un volo sospeso tra le nuvole. La chiusura dell’album è segnata dalla elegiaca voce della cantautrice parigina, scoperta su instagram per caso da Watson, l’emergente Solann, che ci accompagna con una delicata marcetta sulle strade acciottolate di Montmartre, con Ça va

Elegante e sognante, ora inquietante ora dolcemente rassicurante, “Uh Oh” sprizza da tutti i pori l’urgenza espressiva e la necessità dell’autore di sperimentazione per cercare nuove forme, nuove dimensioni, nuove voci. Il prodigio della condivisione e il recupero in extremis della voce vellutata di Watson hanno fatto il resto, per regalare la riprova, talvolta necessaria, di come la creatività possa far fiorire anche esperienze di dolore e di malattia, in un variegato bouquet di emozioni vive e vissute.

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