Jeff Tweedy – Twilight Override

Recensione del disco “Twilight Override” (dBpm Records, 2025) di Jeff Tweedy. A cura di Francesco Giordano.

Lunedì mattina, sveglia presto. Salgo in macchina perché devo andare a recuperare mio padre da qualche parte – non so nemmeno bene dove – e davanti a me ho almeno un’ora di traffico. È il momento giusto: premo play e, finalmente, parte “Twilight Override” di Jeff Tweedy.

Mio padre parla, racconta, si perde in digressioni infinite. Io, appena sveglio, cerco di seguirlo, ma come potrei davvero ascoltarlo mentre in sottofondo scorrono una dopo l’altra le nuove canzoni di Tweedy? È una lotta impari: da una parte il flusso di parole paterne, dall’altra il fiume sonoro di un artista che considero un vero punto di riferimento. Lo ammetto: sono di parte. Ho una venerazione autentica per Tweedy, per la sua scrittura musicale e letteraria, per il suo modo di suonare, per la sua ostinata sincerità. Lo reputo uno dei più grandi autori contemporanei a livello mondiale. Questa, inevitabilmente, non è solo una recensione: è una dichiarazione di fedeltà. 

Scherzi a parte, parlare male di Twilight Override sarebbe impossibile anche per chi non condivide il mio entusiasmo. È un disco che sfiora la perfezione. Ma, andiamo con ordine.

Quando si parla di album “fiume” da oltre trenta tracce, vengono subito in mente alcuni mostri sacri: il “White Album” dei Beatles del 1968 (30 pezzi tesi e nervosi), “Decade” di Neil Young del 1977 (35 brani a racchiudere un’intera carriera fino a quel momento), e “Sandinista!” dei Clash del 1980 (36 canzoni che travalicavano i confini del punk per abbracciare il mondo). In questa tradizione si inserisce oggi “Twilight Override“: un’opera di 30 brani che mette insieme i fili di quarant’anni di carriera e li trasforma in un viaggio personale, spiazzante e generoso. A 58 anni, Tweedy è nel pieno della sua maturità: rimane enigmatico e ambivalente, capace di irritare e conquistare nello stesso istante.

Il paragone che torna spontaneo in maniera quasi naturale non è con un suo contemporaneo, ma con Bob Dylan e il suo “Self Portrait” (1970): un disco a lungo disprezzato, ma che con il tempo si è rivelato stravagante, malinconico e sorprendente. Anche “Twilight Override” ha quell’aura di eccesso lucido: niente cover, solo pezzi originali, a volte spogli e stranianti, sempre intensi. È un flusso di coscienza musicale in cui Tweedy si concede senza filtro.

L’apertura, con One Tiny Flower, mette subito le cose in chiaro: una ballata in minore che richiama Paul Westerberg per poi aprirsi in una jam pastorale degna di “All Things Must Pass“. Caught Up in the Past vira su toni più pop, con tastiere e armonie leggere, mentre la voce roca di Tweedy, sempre più riconoscibile, si muove tra aforismi zen e confessioni spiazzanti. Mirror, con il suo ritmo sospeso, trasforma un’osservazione quasi banale in una piccola epifania: “Sei uno specchio e il volto / Sei un oggetto e lo spazio”.

Il cuore del disco è immersivo: “Twilight Override” non vuole emozionare con colpi diretti, ma accompagnare attraverso un viaggio lungo, a tratti ipnotico. In Stray Cats in Spain i gatti randagi diventano visioni quasi religiose, mentre in Lou Reed Was My Babysitter il gioco si fa ironico, evocando fantasmi e miti con affetto. KC Rain (No Wonder) sembra un Cat Stevens mandato sotto shock, Love Is for Love richiama il chamber-pop sghembo di John Cale, e Too Real sprofonda in un mondo interiore fragile e disturbato, tra delay e atmosfere lo-fi.

Tweedy” si diverte con la storia della musica, ma non si limita alla citazione: anche titolare una canzone Cry Baby Cry non è solo un omaggio ai Beatles, è un modo di collocarsi dentro un dialogo continuo con il passato. La sua dichiarazione accompagna bene questa ambizione: “Voglio che il mio cuore diventi abbastanza grande da amare tutti. Per farlo serve qualcosa di espansivo”. “Twilight Override” è esattamente questo: un disco smisurato come un atto d’amore.

Con i suoi 111 minuti di durata, il lavoro non è solo imponente: è un invito ad ascoltare con pazienza, a lasciarsi trasportare da un autore che da sempre predilige la profondità alla brevità. L’ultima traccia, Enough, chiude interrogandosi sull’intero percorso: “È mai stato abbastanza? È mai andato bene così?”. Domande senza risposta, che però contengono il senso stesso del disco: la ricerca di un equilibrio impossibile tra smarrimento e meraviglia.

Twilight Override” è un’opera generosa, a tratti spossante, ma capace di regalare momenti di rara bellezza. Non cede mai alla tentazione di leggere il mondo con cinismo, anzi: insiste nel cercare spiragli, nuove strade, nuove epifanie. È il diario di un artista che continua a resistere e a sorprendere, e che ci invita a fare lo stesso. E io, in quella macchina bloccata nel traffico con mio padre che parlava senza sosta, l’ho capito ancora una volta: Tweedy non solo mi accompagna, ma mi indica ogni volta come guardare il mondo con occhi diversi.

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