Militarie Gun – God Save the Gun
Recensione del disco “God Save the Gun” (Loma Vista Recordings, 2025) dei Militarie Gun. A cura di Andrea Vecchio.
Eccone un altro. Se dovessi pensare a gruppi che utilizzano sempre un sostantivo per intitolare i propri dischi, mi verrebbero in mente per ora solo i Length of Time da Bruxelles. Nel loro caso, la parola in questione è “world”. Qui invece abbiamo “gun”, e il loro terzo disco si intitola “God Save the Gun”. Stiamo parlando dei Militarie Gun da Los Angeles che sono arrivati, per l’appunto, al terzo disco. Ma facciamo ordine.
Lo scorso anno, dopo l’uscita di “Life Under the Gun”, non hanno avuto molta fortuna. Il tour, a mio parere, non fu sponsorizzato granché bene: io stesso comprai il biglietto per la data di Milano, a causa della scarsa affluenza vennero accorpati al più imponente concerto degli Offspring, a pochi minuti di tangenziale, suonando come gruppo spalla nel tardo pomeriggio. Ciao. Eppure, il disco non era male, e loro stessi si erano preposti di cavalcare in qualche modo l’onda emotiva di Turnstile e Speed, capaci di richiamare letteralmente masse ai loro live. L’Outbreak in Inghilterra andò bene, ma fu un successo a metà, data la freddezza diffusa che li accompagnò nel loro intero tour. Orari e setlist non si confacevano al loro modo di intendere un live.
Con questo nuovo “God Save the Gun”, però, si incaponiscono, e fanno bene. Fedeli alla loro linea di abbigliamento gorpcore e a disseminare “uh-uh” in ogni loro canzone, danno il via una nuova wave di hardcore punk che prescinde da seguito e risposte globali. I Militarie Gun sono un gruppo di persone attente, che suonano assieme per divertirsi, nonostante il loro sia un mondo musicale molto difficile da affrontare. Credo che questi quattordici brani che compongono “God Save the Gun” spieghino bene questa attitudine informale.
Partiamo con un’introduzione rumorosa che prelude a B A D I D E A, una canzone che non può che rimanere in testa in eterno: due ritornelli che si sovrappongono, poche parole, basta. Punk. God Owes Me Money e Laugh at Me, invece, sfociano in uno shoegaze anni ’90 che ad un primo ascolto può risultare scarno e pretenzioso, ma quel modo di ripetere poche e precise parole, come “again”, dà all’insieme una forte presenza vissuta di sbattimento e sofferenza che, insomma, fa sempre breccia, in gente come noi. Maybe I’ll Burn My Life Down riprende lo stesso schema dei singoli di lancio del disco: “all I need is a new obsession” ripetuto all’infinito, balli di gruppo e pugni al cielo.
Le canzoni sono lunghe, occupano spazio, rileggono il mondo del punk californiano sotto un punto di vista elegante ma rassegnato allo stesso tempo. Kick e Isaac’s Song ne sono un esempio lampante. Gli accorgimenti elettronici risultano più rari, rispetto ai primi due lavori, ed è forse proprio per questo motivo che “God Save the Gun” ci sembra così radicalmente un disco di rock sociale. Thought You Were Waving credo sia la canzone più profonda e decisiva che i Militarie Gun abbiano mai scritto. La troviamo alla fine, prima dell’addio celebrato con l’omonima God Save The Gun, una ballata sludgettina carica e sporca. Con le sue riprese strozzate, la voce di Ian che spazia da un punk rock disimpegnato a lamentele post-rock, indice di esperienze e misfatti irraccontabili, le chitarre che entrano assieme.
La musica dei Militarie Gun è, come rilasciato dallo stesso Ian, è una musica che documenta umanamente come vivere i tuoi momenti peggiori in un’epoca in cui dovresti stare al meglio ma non ci riesci, pur provandoci con tutto te stesso.
Senza di loro, il punk non avrebbe senso, al giorno d’oggi. Rendiamocene conto per favore. Impariamo ad esistere per come siamo nati e ad ascoltare ciò per cui siamo andati avanti sino ad ora.




