Attraverso l’erba, attraverso la neve, i 50 anni di “Ommadawn” di Mike Oldfield
Un disco da ascoltare in un pomeriggio tedioso, in compagnia di una buona tazza di tè e lasciare che le note, una volta impossessatesi della stanza, accarezzino le vostre orecchie, l’unica cosa da fare è lasciarsi trasportare, prendere per mano e permettere al signor Oldfield di condurvi in una dimensione parallela.

Le gocce d’acqua, quelle della tipica pioggerellina inglese, che scivolano sul vetro della finestra di un cottage, un volto che si intravede, capelli lunghi, barba incolta, sguardo triste e profondo, no!, Non è Gesù. È Mike Oldfield, e questa immagine appena descritta è la copertina di “Ommadawn“.
Il terzo disco di quello che, da molti, è considerato un autentico genio, non a caso per “Ommadawn“, in Gaelico, s’intende proprio “folle” o “pazzo”. In realtà è una storpiatura della parola Amadàn ad opera di una sua amica Clodagh Simmons che piacque a Oldfield per la sua musicalità
Polistrumentista e compositore, Oldfield è senza dubbio conosciuto ai più per “Tubular Bells“. Capolavoro che ancora oggi continua a vendere migliaia di copie per la gioia di Richard Branson il quale deve senza dubbio a Mike buona parte della sua fortuna. Se il boss della Virgin può spedire le star a zonzo nello spazio lo deve anche a Oldfield, suo pupillo e enfant prodige che ha lanciato l’etichetta nell’olimpo delle major discografiche. A proposito, ma quanto era bello il primo logo della Virgin, ad opera di quel genio di Roger Dean. Spesso viene chiamato “gemelli”, la ragazza speculare era nata come fotografia, ma poi ha preferito disegnarla. Le prime stampe erano in bianco e nero e successivamente ne ha realizzata una versione a colori.
“Ommadawn” ricalca lo stile dei precedenti tre album, una lunga suite strumentale divisa in due parti con un tema ricorrente ripreso più volte con strumenti e armonie differenti che rendono l’opera mai noiosa. Diviso in due parti è un susseguirsi di ambienti sonori, chitarre sovrapposte, bodhran, percussioni africane e flauti irlandesi che scandiscono un viaggio sonoro senza tempo e spazio. Questo è un disco da ascoltare in un pomeriggio tedioso, in compagnia di una buona tazza di tè e lasciare che le note, una volta impossessatesi della stanza, accarezzino le vostre orecchie, l’unica cosa da fare è lasciarsi trasportare, prendere per mano e permettere al signor Oldfield di condurvi in una dimensione parallela.
A completamento del disco troviamo anche una parte cantata conosciuta con il nome di On Horseback, uscita come singolo, è una canzone scritta dallo stesso Oldfield che sferza completamente l’atmosfera del disco riportando l’ascoltatore in mezzo alla campagna inglese con cavalli che gironzolano al ritornello di:
Hey and away we go
Through the grass, across the snow
Big brown beastie, big brown face
I’d rather be with you than flying through space

“Ommadawn“, è probabilmente il disco più apprezzato e amato dai fan, al punto che 30 anni dopo, Mike, ha pubblicato quella, che lo stesso artista ha considerato, la sua naturale evoluzione, “Return to Ommadawn“.
Guardando ai social, i primi tre album 40 anni dopo rimangono i favoriti di tutti, e ‘Ommadawn‘ più di ‘Tubular Bells’. Secondo me perché rappresenta una parte genuina di musica più che di produzione. Non c’era uno scopo; non volevo ottenere nulla né compiacere qualcuno. Era semplicemente fare della musica in modo spontaneo e pieno di vita. Fare ‘Return to Ommadawn’ è come un ritorno al me stesso autentico.
“Ommadawn” è anche un disco corale e familiare in quanto hanno partecipato la sorella Sally e il fratello Terry oltre che Paddy Moloney dei Chieftains e la cantante Bridget St. John. Non per ultimi gli immancabili Leslie Penning, e Pierre Moerlin.
Come molti dischi del 1975, “Ommadawn“, è invecchiato benissimo e ancora oggi è doveroso che faccia parte della collezione di un vero appassionato di musica.

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