Caparezza – Orbit Orbit
Recensione del disco “Orbit Orbit” (BMG Italy, 2025) di Caparezza. A cura di Imma I.
A distanza di quattro anni dall’album “Exuvia” Caparezza ritorna con quattordici brani inediti contenuti nel nuovo “Orbit Orbit”. Un disco che lo si potrebbe definire un album sequenziale di arti figurative nel quale, grazie alla musica, vediamo ambienti, scenografie, disegni. Un viaggio musicale guidato da uno storyboard che ci conduce attraverso varie tappe.
Che Michele Salvemini avesse una predisposizione innata verso il medium comunicativo fumettistico era cosa chiara, lampante e dichiarata da tempo, che nelle sue canzoni ci fossero da sempre riferimenti alla cultura pop anche questo è sotto gli occhi di tutti, ma che creasse un album così iconograficamente artistico è stata una bella scoperta.
Quando è uscito il singolo Io sono il viaggio Caparezza ci ha lasciato numerosi indizi sull’ambientazione, sui disegni, ma è stata cosa ben diversa scoprire quanto fosse un disco visivo ascoltandolo. La presentazione c’è stata nel tempio italiano del fumetto, al Lucca Comics, e mai luogo fu più adatto per consacrare un idolo della gen pop.
Per quanto appartenente all’età adulta già da qualche tempo, Caparezza continua a parlare uno slang molto compiacente verso le diverse fasce d’età e, sebbene si avverta in qualche traccia una nota nostalgica (ma ci arriviamo) e, nonostante i problemi all’udito da lui stesso dichiarati in recenti interviste, l’album è anche questa volta ben riuscito.
È vero che con l’età si diventa più indulgenti? Se sì, questo è il caso di Caparezza. I testi sono certamente pieni zeppi di citazioni come siamo abituati ad ascoltarli, ma sono più pacifici, meno persuasivi, più accomodanti, meno arrabbiati e di rottura. E un po’ ci manca il “io faccio politica pure quando respiro”. Il cantato mantiene la metrica rap con rime appropriate, la musica è elettronica con quelle piacevolissime invasioni canore epiche da musica classica che ricordano la spettacolarità di Ennio Morricone.
Fluttuo, orbito ci introduce in questo viaggio in un universo fantastico, se un tempo veniva dalla Luna, adesso si presenta direttamente da un’altra galassia per guardare il nostro mondo dall’alto e bacchettare i nostri cattivi costumi: l’ignoranza, le manie di protagonismo, l’incapacità di prendere in mano le redini delle nostre vite; proprio su questa scia incrociamo Il pianeta delle idee che, in chiave sarcastica, ci mostra in realtà quante ce ne manchino (di idee), quanto la noia abbia preso il sopravvento, quanto un’idea sarebbe utile per rendere più leggera questa vita. Io sono il viaggio è il primo singolo lanciato e si contraddistingue per il suo ritmo molto ballabile; in un album fumettistico non poteva mancare il supereroe ed ecco palesarsi Darktar con tutti i suoi pregi e i suoi difetti; A comic book saved my life è uno dei testi più profondi dell’album, parla dell’amore per l’arte sequenziale e di quanto in effetti un ‘semplice’ fumetto abbia davvero salvato la vita a molti. Il banditore è una lunga sequela cantata delle onomatopee che ritroviamo nei balloon, molto orginale.
Autovorbit potrebbe essere la canzone dedicata a tutti quegli artisti che vengono accusati di essere cambiati, di essere cresciuti e chissà perché il pubblico pretende anche delle giustificazioni, Caparezza mantiene la sua essenza e fa capire chiaramente ai detrattori che nella vita si evolve e che si vive per ciò che si è in questo preciso momento. Curiosity (Oltre il bagliore) è un incitamento ad andare oltre, a lasciarsi illuminare dalla stella della curiosità, a cercare oltre alcune verità precostituite, è davvero molto bella, attuale e convincente. Subito dopo, però, arriva: Gli occhi della mente che bacchetta in senso lato chiunque distorca la realtà e le conoscenze fino ad oggi acquisite, in questo caso ho riconosciuto un po’ di incoerenza, nella canzone precedente si esorta a cercare nuove strade, a ragionare con la propria testa, in questa ci si scaglia contro i ‘complottisti’ più beceri, cosa più che giusta (sia chiaro), ma se per curiosità uno si mette a vagare in vari meandri del sapere come si fa a capire quando fermarsi? Per il resto, io condivido davvero entrambe le canzoni, il buon senso dovrebbe frenare l’eccesso di curiosità e far capire quando si sfocia nel delirio, citando la canzone. Come la musica elettronica e The NDE sono le tracce più nostalgiche dell’album, con la prima Caparezza sembra fare un punto sulla sua vita, la paragona alla musica elettronica come se ormai fosse superata, passata, in The NDE addirittura sembra lasciare il suo ultimo saluto (un po’ troppo, no?).
Pathosfera è una lettera intima a chi conosce tutte le nostre fragilità, parla di quanto la vita ci indurisca, facendoci perdere anche il buono delle emozioni brutte e di quanto costi fatica poi tornare a riprovarne anche di positive. Cosmonaufrago parla di questa lunga esperienza in orbita per ricadere nel nostro mondo, in realtà diventato ormai claustrofobico, pesante, carico di ansie, di obiettivi irraggiungibili, di paure. Perlificat è la degna chiusura di un album pacato ma riflessivo, le sonorità sono ampie, allargate, totali, maestose, da orchestra sinfonica, il testo ci esorta a magnificare, a “perlificare”, tutto ciò che nasce dal dolore, nello specifico parla delle sue esperienze personali e di quanto in realtà la sofferenza sia il primo carburante per l’arte, di quanto un fallimento si possa trasformare in una meraviglia, è un’esortazione a non abbattersi, a cercare sempre la perla nascosta nella propria ostrica personale.
È un album sicuramente interessante, poco politico – solo in una traccia c’è qualche riferimento in tal senso, per il resto è molto motivazionale, adatto anche a un pubblico più giovane, molto in sintonia con i tempi che viviamo. Un album leggero per quanto riguarda la protesta, ma molto incisivo in relazione alla ricerca personale. E a noi va bene così.




