Danny Brown – Stardust
Recensione del disco “Stardust” (Warp, 2025) di Danny Brown. A cura di Fabio-Marco Ferragatta.
Danny Brown che è diventato un piccolo culto. Sì “The Hybrid”, sì “Old”, era già qualcosa, ma da “Atrocity Exhibition”, con i suoi multipli richiami al mondo post-punk/industrial e alla sua stortaggine. Da lì in poi una spirale di stramberia. Tutta a livelli disastrosamente alti. Culmine il 2023, due album, “Quaranta” (Danny e la sua bella maglietta dei Mayhem nelle foto promo), e quel gioiellone condiviso con JPEGMAFIA (un altro culto vivente).
Fare il bis è ben difficile, quindi meglio mantenere lo standard altissimo, meglio aprire il nuovo album con Book of Daniel, un elenco del prontuario browniano, le regole del suo gioco snocciolate, sotto arie da rock opera, batteria che esplode sulla coda, cori gospel. Il suono della polvere di stelle, titolo che c’azzecca tutto. Archi pitchati, hyperpop sugli scudi, Starbust è il singolo che lancia tutto, “they woke me up inside like listen to Evanescence”, certo, tempi stortissimi, synth che fanno di trance, di club anni ’90 con le pareti sudate, tutto fuori di testa, giusto così. Hai detto trance? Diciamo eurodance? Diciamo Flowers, con le sue anime big beat pervertito hip hop e gli hook poppettari di 8485, che sembrano i fasti di quel Busta Rhymes che fu (ma meglio, lo dico, non lo nego), diciamo Lift You Up che è tutta disco Novanta e bouncing macello, pogo stick su e giù, muoversi veloci, dice Brown, invita allo scuoticulo, lo fai, impossibile dire di no.
Il beat di Copycats è un uppercut, prende lo stomaco dal basso, fa male, poi parte la cassa in quattro, arriva underscores e lancia il razzo, Danny sputa in faccia al jetset, alle pop star, alle rap star, alle rock star, le stelle questa volta le polverizza, senza rabbia, deridendole. Così si fa. Femtanyl fa di 1l0v3myl1f3! in un bladerunneriano demone breakcore con aperture ascensionali e durezza adamantina. 1999 è un demonio aritmico, niente beat, solo archi sfasciati e brutalità glitch assortite, roba indigesta, le grida in odore digital hardcore di Johnnascus, la gabberanza, siamo al manicomio sonoro più assoluto, niente “old school like” nessuno qui. Whatever the Case si apre battendo sul metallo che manco gli Einstürzende Neubauten, continua feroce e lancia Issbrokie che, sugli scudi, rifila jab rhyming a tutto spiano, digrigna i denti, mette tutti in guardia sul proprio grado di pericolosità che, a ben sentire, è parecchio alto. I quasi nove minuti di The End fanno strano, in un disco rap del 2025, ed è esattamente quello che non dobbiamo aspettarci a farci sobbalzare: progressioni, pianoforte notturno, intromissioni hyperpop (ormai fissa del Nostro), incursioni linguistiche che guardano ad Est grazie a Ta Ukrainka, e tutto in crescendo, tra corse e rifiati.
Non è tutto oro quello che luccica, purtroppo, e pezzi come Green Light, troppo zucchero, troppo, troppo pop e nemmeno buono, peggiorato dallo zampino malfermo dei Frost Children (effetto Ed Sheeran insopportabile), e What You See, r&b scarico parecchio e morbidezza esagerata sembrano infilati a forza in mezzo a un macello sintetico a tempi e modalità contrarie alla massa informe di rapper là fuori, ma due pezzi su quattordici possiamo digerirli tranquillamente.
Anche perché tutto il resto conferma la posizione sì da outsider di Danny Brown, ma anche la sua assoluta centralità in un mondo (quello rap) sempre più desolato e desolante. “Stardust” è il balzo oltre sé stesso, la volontà di non adagiarsi, di sperimentare, anche con generi che paiono tanto distanti quanto azzeccati. E qui siamo ancora a sbavare dietro a Caparezza (che però ha tirato fuori il disco pop più brutto dell’anno, e pure quella è arte).




