AVTT/PTTN – AVTT/PTTN
Recensione del disco “AVTT/PTTN” (Thirty Tigers/Ramseur Records/Ipecac Recordings, 2025) di AVTT/PTTN. A cura di Haron Dini.
Che Mike Patton sia un artista poliedrico, capace di spaziare tra i generi musicali più disparati e di collaborare con musicisti, almeno in apparenza, improbabili, non è certo una novità. Senza troppe spiegazioni — basti citare alcuni dei suoi progetti paralleli più noti, come Mr. Bungle, Fantômas o Tomahawk — abbiamo visto nel corso degli anni il vocalist immergersi in esperienze sempre più particolari, fino a presentare lavori solisti che riflettono una sua personale visione della musica a tutto tondo: dal progetto Mondo Cane alla più recente collaborazione con Jean-Claude Vannier per l’album “Corpse Flower“.
Nel 2025 accade che Patton stringe un’ennesima collaborazione, questa volta con i fratelli Avett, fondatori dei The Avett Brothers, popolare gruppo folk rock americano. “AVTT/PTTN” rappresenta l’unione di due forze musicali provenienti da mondi apparentemente lontani, che si incontrano per dare vita a un nuovo capitolo sonoro: una fusione tra il folk rock e l’eclettismo vocale e compositivo di Patton, da cui nasce un sound unico e inaspettato. Il primo singolo, Eternal Love, suggerisce fin da subito un’inclinazione emotiva, dando ampio respiro alle composizioni dei fratelli Avett.
La collaborazione, però, affonda le sue radici già nel 2019 ed è nata principalmente da una profonda ammirazione che Scott e Seth nutrono verso Mike Patton. I fratelli raccontano:
Mike fa parte del nostro DNA, è il tessuto stesso della nostra giovinezza. Lo abbiamo letteralmente studiato. Ora è un caro amico, ma da ragazzi lo imitavamo. Questo è ciò che è l’arte. Questo è ciò che dovrebbe essere il creare: in segreto e senza ambizioni.
Scott ha anche ammesso che Patton è stato per lui una vera — se non ossessiva — influenza, tanto da spingerlo a prendere in mano il banjo (inizialmente per ironia), per contrapporre un suono oldtimey all’hard rock che amava: un contrasto che aveva trovato in artisti come lui. Mike Patton, dal canto suo, ha descritto la dinamica del progetto in modo singolare e quasi surreale, nel suo stile tipico:
La mia sfida in questo progetto era diventare un lontano cugino. Un fratello rimasto orfano. Forse mi hanno tenuto nel pollaio o in qualche posto del genere. Alla fine mi hanno tirato fuori anni e anni dopo.
Il disco omonimo, in uscita oggi per Thirty Tigers, Ramseur Records e Ipecac Recordings (di proprietà di Patton), riflette in qualche modo questa metafora della sua integrazione atipica nel sound American folk, pur mantenendo un elemento di estraneità e sperimentalismo. È un ping-pong creativo in cui i fratelli Avett compongono i brani e Patton li stravolge con il suo tocco personale — un metodo decisamente non convenzionale che ha permesso al progetto di esplorare anche le radici più profondamente folky. Un esempio emblematico è Dark Night of My Soul, che si apre con armonie a tre voci, o la psichedelica Heaven’s Breath, dominata da chitarre fuzz e da un finale caotico.
Spesso, nei progetti più ambiziosi, la chiusura serve a consolidare il viaggio emotivo, lasciando l’ascoltatore con un senso di completezza e profondità. È ciò che accade con le conclusive The Things I Do e Received, che affrontano temi come l’autocritica, le debolezze umane e l’accettazione — argomenti cari ai fratelli Avett — mentre Patton si pone quasi come un coro della coscienza, aggiungendo profondità e peso alle “cose che si fanno”.
“AVTT/PTTN” è un dialogo ininterrotto tra l’americana e un certo tipo di avanguardismo, in cui ogni brano diventa un capitolo di una collaborazione che gli stessi artisti hanno definito “fatta in segreto e senza ambizioni”. È la prova che l’arte può nascere anche quando si abbandonano le proprie aspirazioni e si seguono solo le affinità elettive. Un lavoro avventuroso, privo di confini di genere, che si ritaglia un proprio spazio nel panorama contemporaneo.
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