BEST ALBUMS 2025: i migliori dischi del 2025
Una guida all’ascolto tra quelle che riteniamo essere le migliori uscite discografiche del 2025.

2025, caro 2025, ma chi ti credi di essere? “Non sei nessuno, ti credi il futuro, ma futuro non sei” [Elio e le Storie Tese parlavano al 2000 ma, hey, va bene anche così], e per fortuna, ci sentiamo di aggiungere. Se il futuro è questo…
A metà semestre temevamo il peggio, da ogni punto di vista e, insomma, il peggio è comunque arrivato. Inevitabile. Da ogni lato si guardasse questo caro 2025, la merda sembrava fuoriuscire da ogni pertugio disponibile. Di anni pessimi come questo la Storia ne è costellata, ed è tutto vero, ma prima il peggio influenzava a tal punto tutti settori dell’umana speme che, almeno dal punto di vista artistico e musicale, si finiva con il trovarsi circondati da dischi così splendenti che ci sarebbe voluta una maschera per saldatori per non finire abbagliati in via definitiva.
Ci pare di sentirvi: “Eccoli, i soliti passatisti retromaniaci, che si lagnano che la musica bella hanno smesso di farla il 31 dicembre 1999!”, ebbene, non stavamo parlando di sicuro del 1985, ma anche solo del 2024. E poi, punto primo, vediamo il numero di like che piazzate ai nostri “Back In Time” e, secondo ma non meno importante, l’età musicale che i nuovi “Spotify Wrapped” hanno deciso per voi.
Giusto, Spotify: è stato forse questo il nodo musicale più intricato del caro 2025. Dopo che in pochi si sono fatti remore ad utilizzarlo, nonostante la miseria con cui la società guidata da Daniel Ek e soci remunera chi la fa vivere, è emerso che lo stesso Ek finanzia anche la macchina bellica ipertecnologica (stupore! ma sarà il solo?). Da qui il giusto boicottaggio, andato a carte 48 grazie a questa deliziosa nuova funzione che vi dice quanti anni avete a seconda dei dischi che ascoltate di più. E vabbè, chi siamo mai noi per giudicare?

Ma, bando alle ciance, perché, come ogni dannato anno, anche in questo caro 2025 è arrivato “quel periodo”, quello delle classifiche finali, che suona apocalittico, è vero, ma l’apocalisse è dietro l’angolo quindi…Insomma, come già dicevamo a giugno, abbiamo sudato 666 camicie per stilare questa classifica ma, alla fine, ce l’abbiamo non solo fatta, ma siamo riusciti a pescare anche del gran bell’oro in mezzo a parecchia mediocrità.
Che dire dei Deafheaven e del loro nuovo album che ci hanno rifilato come un pugno sulla parte sinistra del torace? O della voglia di muovere piedi e culo in mezzo alle nebbie del tempo che solo i Tortoise potevano far risvegliare in noi allegroni? Che dire dell’assoluto gospel contemporaneo in rime venefiche di Backxwash, del cuore che pompa benzina di Jehnny Beth, di quello infranto di Dax Riggs (e lui sì che di apocalisse se ne intende) o del rock rinato a firma Geese? Delle distopie cyberpunk dei clipping. (come ai bei vecchi tempi del futuro) e di quello in via di decodifica di aya? Molti altri sono i nomi in ballo, ben 50, tanti li abbiamo lasciati fuori, ma non a caso, che vi credete? Allora preparatevi per scoprirli uno ad uno e a insultarci e/o lodarci per le nostre scelte, scatenatevi ma, una volta per tutte, comprate ‘sti dischi. E ascoltateli.
Queste sono le migliori uscite discografiche del caro 2025 secondo noi di ImpattoSonoro.
E ricordatevi: non siamo soliti scherzare.
50. Marissa Nadler – New Radiations
|Recensione|

Lo potremmo definire quasi un disco di bilancio: la cantautrice statunitense, al disco numero 10 di una carriera che ha toccato quota 25 anni, cerca le radici più interiori del suo percorso artistico: la summa forse non provoca reazioni strabiliate, ma comunica la vitalità di una identità oscura e inquieta, centrale nel panorama del folk contemporaneo.
49. Alabaster DePlume – A Blade Because a Blade is Whole
|Recensione|

Quello di Alabaster DePlume è un altro modo di intendere e di suonare il jazz. Se è vero che non c’è più nulla da dimostrare, è vero anche che c’è ancora qualcosa da dire. La risposta è proprio “A Blade Because a Blade is Whole“
48. Penelope Trappes – A Requiem
|Recensione|

Evocazioni fra il lugubre e l’ascetico, evocanti una bellezza triste e severa, vanno a costituire un viaggio sonoro che ricerca un difficile equilibrio all’interno fra elaborazione del lutto e speranza di rinascita.
47. Tyler, The Creator – Don’t Tap the Glass
|Recensione|

Se “Chromakopia” era l’album espressionista di Tyler, questo “Don’t Tap the Glass” è la sua opera pop-art.
46. Lambrini Girls – Who Let the Dogs Out
|Recensione|

Se cercate un disco innocuo o una definizione preconfezionata, sarà come ricevere un pugno in faccia. Se invece siete pronti a farvi travolgere da groove, rabbia e sarcasmo, scoprirete una delle band più autentiche e impavide dell’attuale panorama musicale anglosassone.
45. Militarie Gun – God Save the Gun
|Recensione|

La musica dei Militarie Gun è una musica che documenta umanamente come vivere i tuoi momenti peggiori in un’epoca in cui dovresti stare al meglio ma non ci riesci, pur provandoci con tutto te stesso.
44. moja – I’m Hungry !!
|Recensione|

“I’m Hungry !!” è uno di quei dischi che ti fanno sanguinare non appena attacca il primo brano.
43. DITZ – Never Exhale
|Recensione|

I DITZ stanno lì, nascosti nell’ombra, hanno mani che ti tirano dentro. Gli Oxbow in gola, The Jesus Lizard nel cuore, sé stessi in ogni piega di suono. Alienazione al suo apice.
42. Dead Pioneers – Po$t American
|Recensione|

“Po$t American” dei Dead Pioneers è un viaggio sonoro e politico che amplifica l’urgenza dell’hardcore di Washington D.C. e ne intreccia le ossessioni più oscure con le atmosfere claustrofobiche del post-punk.
41. Tunde Adebimpe – Thee Black Boltz
|Recensione|

“Thee Black Boltz” è sontuoso, una primizia, magari non un lampo folle di genio, ma sicuramente a un livello che altrove non viene manco sfiorato.
40. BRUIT ≤ – The Age of Ephemerality
|Recensione|

Distopia in musica. Avanguardia totale. Riflessione politica ipermelodica. Non somigliare a nessuno è difficile, riuscirci nel 2025 è un miracolo assoluto.
39. Scowl – Are We All Angels
|Recensione|

Probabilmente sentiremo parlare degli Scowl ancora per diversi anni: la loro proposta sembra avere il potenziale per inaugurare una nuova ondata di punk hardcore più giovanile e rinnovato
38. billy woods – GOLLIWOG
|Recensione|

Dove lo piazzi “GOLLIWOG”? Nell’avanguardia? Nel classico alienato e osservato con lente futurista? Dove? Ovunque e in nessun posto.
37. Upchuck – I’m Nice Now

|Recensione|
Come suona una band punk giovane che nasce, cresce e vive nell’enorme feudo di Trump, una delle più grandi disgrazie del nostro tempo? Risposta: come gli Upchuck.
36. Chicago Underground Duo – Hyperglyph
|Recensione|

Mazurek e Taylor si confermano come quei cavalli di razza jazz che sono sempre stati e forse sempre saranno.
35. feeo – Goodness
|Recensione|

Elettronica, ambient, trip-hop, minimalismo, beat non opprimenti eppure costanti, addirittura, per certi versi, oscuri; strumenti il cui suono è centellinato per carezzare giusto quanto basta, a sostegno di una voce eterea, mistica e vetusta
34. Greet Death – Die in Love
|Recensione|

Fragile e possente, “Die in Love” dimostra la maturità emotiva dei Greet Death, la rende palpabile. Niente di nuovo, vero, nessuna progressione con slancio verso il futuro, bensì un modo di rendere quel che è già stato fatto tanto bello da non farci nemmeno caso.
33. clipping. – Dead Channel Sky
|Recensione|

Nella consapevolezza della post-modernità come crogiolo di citazioni e influenze del passato, Diggs, Hutson e Snipes creano il loro retro-futurismo non con intento nostalgico e passivo con una mira ben attiva: riappropriarsi del presente attraverso la cognizione della complessità del mondo
32. Anamanaguchi – Anyway
|Recensione|

La sua natura multiforme lo rende accessibile ad ascoltatori provenienti da orizzonti sonori anche molto diversi, ma che tuttavia credono ancora che la musica nasca dai legami tra persone reali e dalla bellezza fragile del gesto creativo spontaneo.
31. Venera – EXINFINITE
|Recensione|

Un viaggio interstellare dall’esito terrificante, da far gelare il sangue nelle vene e, per questo, una delle cose più intense che abbiamo sentito quest’anno.
30. VOWWS – I’ll fill your house with an army
|Recensione|

È un album che resta costante nella sua idea e nel suo titolo, ritenuto dai Vowws stessi un Manifesto: “Una dichiarazione inquietante, esaltante e provocatoria da parte di una band che non è interessata ai compromessi”.
29. aya – hexed!
|Recensione|

“hexed!”, un oggetto seriamente pericoloso da non maneggiare con cura.
28. Alan Sparhawk – With Trampled by Turtles
|Recensione|

Quello che rimane addosso dopo l’ascolto è la sensazione di qualcosa di bello che però ha subito uno svuotamento, e che lascia in dote un filo di angoscia e insieme la possibilità del domani.
27. Ulan Bator – Dark Times
|Recensione|

“Dark Times” nasce nel male e si fa portatore di chiarezza. Amara ma dirimente.
26. Pulp – More
|Recensione|

“More”, che ne vorresti ancora, ma che può essere “solo” questo, un nuovo disco di una band “del passato” che non smette di parlare una lingua che altri imitano soltanto.
25. Danny Brown – Stardust
|Recensione|

“Stardust” conferma la posizione sì da outsider di Danny Brown, ma anche la sua assoluta centralità in un mondo (quello rap) sempre più desolato e desolante.
24. Circuit des Yeux – Halo on the Inside
|Recensione|

Una discesa in un sottosuolo che Haley Fohr occupa per intero, come suo regno esclusivo, assoluto, di bellezza umbratile e totalizzante.
23. Dax Riggs – 7 Songs for Spiders
|Recensione|

Album come questo, con cuore di diamante e anima intrisa di fuliggine, che raccontano storie di mondi appena appena oltre il velo della realtà non escono tutti i giorni. Per fortuna o meno sta a voi deciderlo.
22. Suede – Antidepressant
|Recensione|

“Antidepressants” racconta le nostre contraddizioni con lucidità: i Suede dimostrano ancora una volta che l’unico modo per restare vivi è guardare in faccia la realtà.
21. Agriculture – The Spiritual Sound
|Recensione|

Siamo al blackgaze più puro, e allo stesso tempo più variegato e carico di cose da dire.
20. Squids – Coward
|Recensione|

Il quintetto di Brighton ha deciso di portare la propria evoluzione oltre i confini del presente e del passato comunemente intesi, il giusto mix futuribile può costare caro. Gli Squid, però, giocano in un altro campionato, è evidente.
19. Black Magnet – Megamantra
|Recensione|

“Megamantra” è una delle cose più virulente, bestiali e pesanti che è capitato di ascoltare in questo 2025 di uscite altalenanti.
18. John Glacier – Like a Ribbon
|Recensione|

Non c’è nulla di convenzionale in “Like a Ribbon“: John Glacier ha dato voce all’invisibile, alla leggerezza che pesa, alla delicatezza che ferisce.
17. Sanam – Sametou Sawtan
|Recensione|

I Sanam sono la prova tangibile che le avanguardie ancora esistono (e resistono), che tradizione e progressione possono convivere fino a dare vita a qualcosa di nuovo.
16. SUMAC & Moor Mother – The Film
|Recensione|

Lo spazio onirico e cinematografico evocato da SUMAC & Moor Mother attraversa manipolazioni vocali futuriste dal sapore heavy metal, generando una nuova verità del suono.
15. Geese – Getting Killed
|Recensione|

La sensazione è che “Getting Killed“ sia un album significativo non solo per la discografia dei Geese, ma anche per il rock contemporaneo tutto.
14. Wet Leg – moisturizer
|Recensione|

In “moisturizer” ho ritrovato tutto quello che mi ha fatto innamorare delle Wet Leg, e altro ancora. Che vi devo dire? Ci son cascato di nuovo…
13. Die Spitz – Something to Consume
|Recensione|

Libere sono le Die Spitz, come lo è “Something to Consume”, di dilaniare la tela della musica alternativa targata 2025 con una forza che, a bene vedere, non è da tutti. Anzi.
12. The Hives – The Hives Forever Forever The Hives
|Recensione|

The Hives sono vivi (e più roventi che mai), lunga vita a The Hives.
11. Swans – Birthing
|Recensione|

Dare un senso a un viaggio che dura ormai quasi quarantacinque anni è qualcosa che credo non sia riuscito davvero a nessuno, in questo ambito, quale che sia, perché Swans non sa dove stare. È un essere libero da catene, persino dalle proprie.
10. Viagra Boys – viagr aboys
|Recensione|

È il quarto lavoro dei ragazzi sporchi di Stoccolma a salire in cattedra e pisciare in tutte le direzioni. Pieno di scorie arrivate da chissà dove, avventuroso, sballato all’eccesso. Avanti, ancora una volta.
9. The Necks – Disquiet
|Recensione|

Il seguito di un disco tanto enorme quanto lo è “Bleed” sarebbe, per chiunque, la tipica “fatica di Ercole”, non per i tre australiani. Loro no. Il loro livello è così alto che, a guardare in basso, si sverrebbe per le vertigini.
8. The Armed – THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED
|Recensione|

Sin dall’eloquente titolo “THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED”, il collettivo di Detroit ha, forse, deciso di farla finita con le sottigliezze, ma vuole a farlo a modo proprio. Questo, di mondo, forse è fuori tempo massimo, non è più necessario essere salvifici, bensì distruttivi.
7. YHWH Nailgun – 45 Pounds
|Recensione|

Violentissimi, terrificanti, gli YHWH Nailgun sono il suono del terrore di questi tempi in rapido decadimento. Fenomenali è dir poco. Ora stiamo a vedere come si evolveranno.
6. Quade – The Foel Tower
|Recensione|

È stupefacente che una musica tanto eterea possa essere anche incredibilmente fisica, palpabile e travolgente.
5. Backxwash – Only Dust Remains
|Recensione|

Backxwash con “Only Dust Remains” comincia a scrivere un nuovo, enorme, capitolo in una narrazione già ben oltre gli schemi e difficilmente replicabile (da altri).
4. Jehnny Beth – You Heartbreaker, You
|Recensione|

“Love is a fist”, dicevano i Mr. Bungle. Jehnny Beth sottoscrive, ci fa un album che ferisce a fondo e, in una realtà che non è questa, si prenderebbe tutta la scena.
3. Deafheaven – Lonely People with Power
|Recensione|

Ogni volta penso di aver trovato il picco creativo dei Deafheaven, e ogni volta capisco di essermi soltanto illuso, perché poi tornano e mi mostrano un’altra vetta scalata.
2. Chat Pile and Hayden Pedigo – In the Earth Again
|Recensione|

Ci sono tutti gli elementi, tutti i suoni del malessere, “tutti i colori del buio” in “In the Earth Again”. C’è quel che volevamo sentire a costo di soffrire una volta in più e ancora più a lungo. C’è un mondo, ce ne sono tanti, e non ce n’è più nessuno.
1. Tortoise – Touch
|Recensione|

“Touch” è un disco dei Tortoise. E i Tortoise lo possono fare un disco meno che straordinario? Dai che la risposta la sapete.




