Nero Kane – For the Love, the Death and the Poetry

Recensione del disco “For the Love, the Death and the Poetry” (Subsound Records, 2025) di Nero Kane. A cura di Alessandro Piccin.

For the Love, the Death and the Poetry” è il quarto album di Marco Mezzadri, in arte Nero Kane, pubblicato per la sempre più corposa Subsound Records di Roma e registrato agli Inside Outside Studios di Matteo Bordin (Squadra Omega, Italian Occult Psychedelia), tra i boschi del Montello.

Il titolo è già un manifesto, quasi testamentario, e chiude un percorso raramente così coerente: dal dark-folk desertico del debutto “Love in a Dying World” (2018) si è passati, disco dopo disco (“Tales of Faith and Lunacy” del 2020 e “Of Knowledge and Revelation” del 2022), a una spiritualità sempre più europea, sacrale, quasi liturgica. Se il precedente sembrava flirtare con i Primitivi fiamminghi, qui Nero Kane arretra ancora, come suggerisce la copertina – scatto di Samantha Stella, artista avant-garde e presenza ormai strutturale nel progetto – che richiama un immaginario marmoreo, tra classicità romana e sacro barocco.

E l’America? Non sparisce: cambia pelle. È un’America di ombre lunghe, più Cash e Lanegan che cartolina, con la Nico di “Desertshore” in sottofondo e i Velvet Underground più funerei di “Venus in Furs” come bussola. È l’America dei western psichedelici, di “Dead Man” di Jim Jarmusch, con Johnny Depp che avanza lento in territori sacri, dove la Natura (con la N maiuscola) detta legge e il ciclo vita/morte è l’unico padrone di casa.

Come una messa, o un rito sciamanico, il disco rifiuta picchi e singoli “momenti”. È circolare, monofonico, ossessivo. Le melodie tornano come una preghiera (rigorosamente in minore) e la ritualità – vera chiave del progetto – si fa ancora più serrata. Niente percussioni: solo chitarre, mellotron e le voci di Marco e Samantha, spettrali, sospese, a reggere ballate scarnificate, ora apocalittiche, ora crepuscolari.

Quello di Nero Kane è un mondo tanto semplice quanto complesso: esiste la luce, ma domina il buio; esiste l’amore, ma domina la morte. In questo circolo vizioso in bianco e nero, a noi resta il ruolo di testimoni, di osservatori di passaggio innanzi a qualcosa che non si spiega, ma si attraversa. E in questo romanticismo nero, “For the Love, the Death and the Poetry” suona puro, necessario, persino ostinato, come il prodotto di artisti che vivono l’arte come disciplina (nel 2025 non è certo scontato).

Se cercate ballate californiane, guardate altrove. Se invece avete la curiosità dark di chi ama Nick Cave, Swans o progetti italiani del calibro di Lili Refrain (compagna d’etichetta), Kill Your Boyfriend (altra realtà battezzata da Matt Bordin) o Stoned Jesus (si pensi a “Neither Virtue Nor Anger”, che ha appena spento dieci candeline), allora accomodatevi. A voi, e solamente a voi, auguro una buona funzione.

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