Dry Cleaning – Secret Love
Recensione del disco “Secret Love” (4AD, 2026) dei Dry Cleaning. A cura di Davide Bonfanti.
Non ho paura di affermarlo pubblicamente: i Dry Cleaning sono una delle più clamorose cantonate che il revival post punk dell’ultimo decennio ha prodotto. Per me, il senso della loro esistenza è completamente racchiuso nei quattro minuti di Scratchcard Lanyard, il classico brano che ti rende felice per aver lasciato qualcosa di bello all’umanità. Per il resto, quello che sento nella distaccata alterigia con cui Florence Shaw mormora i suoi testi è un continuo “sono-qui-a-cantare-ma-vorrei-essere-letteralmente-da-qualsiasi-altra-parte”; se inizialmente questa attitudine può anche intrigarmi, in capo a un paio di minuti mi ritrovo inevitabilmente a metter su il disco di qualcuno maggiormente interessato a ciò che sta facendo.
Date queste premesse, mi sono avvicinato a “Secret Love” con la malsana curiosità di vedere se il giochetto continuasse imperterrito, o se il quartetto inglese avesse finalmente deciso di sparigliare un po’ le carte, forti anche della presenza di Cate Le Bon alla produzione. In breve: sì, le dinamiche sono cambiate, ma non abbastanza.
La struttura di base rimane sempre quella: ripetizioni più o meno ossessive costruite attorno alla voce di Shaw, che però in larga parte continua a mancare della forza necessaria per tenere in piedi un gruppo che insiste nel voler orbitare attorno a lei. Questo continuo nascondersi di Maynard, Dowse, e Buxton all’ombra della frontwoman è un po’ frustrante, perché è quando l’attenzione scivola sugli strumenti che si sentono le cose più interessanti.
L’esempio più lampante è Blood, che considero senza troppi dubbi la seconda migliore traccia uscita a nome Dry Cleaning. Su una ritmica ossessiva si intersecano non più di due/tre giri di chitarra e synth, ma lo fanno con una tale spietata precisione – ma al tempo stesso così leggeri che sembra di soffocare sorridendo. Anche Shaw, più in penombra rispetto al solito, si inserisce delicatamente in questo intreccio nel quale fino alla fine nessuno dei quattro sembra volersi fare davvero avanti per prendere la scena; e proprio questo fa splendere la luce su tutti loro.
Purtroppo quello di Blood rimane uno sfolgorio isolato, ma sarebbe ingiusto non riconoscere anche altri momenti in cui le canzoni vanno oltre la disincantata posa da hipster. Secret Love (Concealed) inciampa a metà in una serie di controtempi, preludio ad una synth che fa da miccia per l’ariosa esplosione finale, nella quale i quattro si incastrano senza alcuna tensione. The Cute Things e Joy rivelano un lato più leggero e luminoso che difficilmente avremmo associato ad un oscuro gruppo post punk inglese.
Se da un lato “Secret Love” ha al suo interno ancora le criticità dei precedenti dischi, è innegabile che i suoi tentativi sperimentali e abbozzati cambi di rotta rappresentino sicuramente un’evoluzione negli equilibri e nelle sonorità della band. Sta ai quattro londinesi decidere se continuare a stare comodi in un post-punk che muore mese dopo mese, o mettersi in discussione abbracciando appieno le loro possibilità. Io personalmente non vedo l’ora di cambiare idea su di loro.




