Wet Leg – moisturizer
Recensione del disco “moisturizer” (Domino, 2025) delle Wet Leg. A cura di Davide Bonfanti.
Avete presente quelle relazioni nate improvvisamente dal nulla e divampate come un incendio? Quelle connessioni quasi mistiche attorno alle quali d’un tratto sembra girare l’intero nostro universo? Poi ci si sveglia un giorno, e ci si accorge che l’altra persona non brilla più con la stessa intensità, che la sua voce non ha più quella sfumatura. Non che sia successo qualcosa di male, anzi; semplicemente entrambi capite che è il momento per ognuno di prendere la propria strada.
Ecco, quella descritta sopra è stata grossomodo la mia relazione con le Wet Leg. Conosciute praticamente a ridosso del loro esordio discografico, è stato un vero e proprio colpo di fulmine, con il loro primo album riprodotto a ripetizione per un periodo di tempo indefinito. Poi, così come era arrivata, la passione se ne è andata, e con essa gli ascolti. Le avevo rimosse così tanto dal mio orizzonte da essere genuinamente sorpreso nello scoprire che il loro secondo album, “moisturizer”, sarebbe uscito questo mese. Ritorno di fiamma o definitiva caduta nel dimenticatoio?
Spoiler: la prima. Con questa seconda uscita, le Wet Leg riescono a trovare un difficile equilibrio tra il mantenere la propria identità e proporre qualcosa di nuovo. I fan della prima ora noteranno con piacere che la caoticità e l’energia grezza dell’esordio sono ancora lì, praticamente intatte; cosa non da poco, considerando la facilità con cui band anche piuttosto affermate vengono puntualmente masticate e digerite per un ascolto sempre più massificato (qualcuno ha detto Fontaines D.C.?). Anzi, in certi momenti si percepisce come le britanniche spingano sull’acceleratore come mai prima d’ora: l’apertura di CPR, spoken post-punk dai sentori riconducibili ai Viagra Boys, l’incursione dance punk simil-Yeah Yeah Yeahs di catch these fists, il motorik abrasivo di pillow talk sono tutti momenti in cui le nostre dimostrano di aver imparato a sublimare la loro aggressività in qualcosa che va oltre lo scazzo post-adolescenziale.
Altri tratti immutati sono la weirdness e la cazzoneria dell’esordio, con lo sprecarsi di sarcasmo tagliente e bislacchi riferimenti pop – basti il caso di davina mccall, omaggio all’omonima conduttrice inglese del Grande Fratello, in pratica la nostra Barbara D’Urso. L’unica differenza rispetto al passato è l’ambito in cui tutto questo si manifesta: se nel disco precedente era la quotidianità di due tardo ventenni a farla da padrona, qui il focus è decisamente sull’amore. Un amore totalizzante, goffo, estremo e rassicurante, dolce ed esplosivo, innocente ai limiti del pornografico. Solo due le eccezioni: la già citata catch these fists, sfogo contro il genere maschile e la sua radicata difficoltà nel tenere l’uccello a posto – assolutamente iconico il “I don’t want your love, I just wanna fight” – e pillow talk, mix irresistibile di sesso e sfrontatezza.
Insomma, in “moisturizer” ho ritrovato tutto quello che mi ha fatto innamorare delle Wet Leg, e altro ancora. Che vi devo dire? Ci son cascato di nuovo…




