Sault – Chapter 1

Recensione del disco “Chapter 1” (Forever Living Originals, 2026) dei Sault. A cura di Giovanni Davoli.

I dischi dei Sault escono all’improvviso, con scarni annunci social. Ne escono tanti: siamo al tredicesimo in meno di 7 anni. Ma te li ritrovi a sorpresa un venerdì, piuttosto che un 25 dicembre (fu il caso di “Acts of Faith“) sul tuo servizio di streaming ed i supporti fisici in genere arrivano qualche mese dopo. Di concerti i Sault ne hanno fatti solo due, non rilasciano interviste, non dicono chi sono e non fanno foto. Anche se è a tutti chiaro che i Sault sono semplicemente Inflo e sua moglie Cleo Sol, accompagnati da una serie di amici a rotazione. Non so se tutto ciò costituisca una “strategia di marketing” o una “scelta artistica”. In ogni caso, i risultati in termini di popolarità sono discreti, per i tempi.

Partiti con testi di protesta politica anti-razzista, ultimamente i Sault sembrano piuttosto orientati verso il messaggio religioso e cristiano. “Chapter 1” va in questa direzione come si evince subito dai titoli di alcune canzoni. Anzi, viene da chiedersi se l’iniziale God Protect Me from My Enemies non sia una risposta a Little Simz, che nel suo ultimo album “Lotus” ha dato del Thief a Inflo.

Musicalmente, i Sault hanno sempre dimostrato una propensione a guardarsi indietro. Soul, R&B, funk, gospel, psichedelia, con digressioni dalla neo-classica al punk. “Acts of Faith” del 2024 era soul classico fatto egregiamente, al punto che può considerarsi il disco più solido (e più bello), dei 13 finora usciti (e se potessi rifare le classifiche del 2024, per me oggi sarebbe il disco di quell’anno). “10” del 2025 andava invece verso l’R&B classico, alla Michael Jackson anni ’70-’80, per intenderci ma, dopo un tale predecessore, fu una mezza delusione.

In “Chapter 1” la novità è la sezione ritmica: Austin Bohlman (batteria) e Max Ramey (basso) dei Monophonics, band americana di neo soul psichedelico. Il mix mette avanti il basso che insieme alla batteria conferiscono un’atmosfera “garage”, coerente per tutto il disco. Anche se, in diverse tracce, impreziosita dal contributo degli archi. Chapter 1, la title track, suona come rock classico. Le prime cinque canzoni, il lato A del futuro LP, scorrono meravigliosamente e, fino a qui, sembra che dobbiamo prepararci ad uno dei migliori dischi dei Sault.

Scavallata la metà del disco invece il livello cala: lunghi giri strumentali un pò noiosi che si alternano a ritornelli che non fanno breccia. Lord Have Mercy è il punto più basso in tal senso: una traccia di poco sforzo per la banda e di poco impatto per l’ascoltatore. Insomma, un lato B non all’altezza del lato A, con l’eccezione di Puppet a chiusura che rialza un pò il livello. Insomma, come spesso accade con i Sault e con tutte le band troppo prolifiche, è difficile mantenere lo stesso livello per tutti i comunque pochi (e di ciò siamo grati) minuti del disco. Ma non mancano perle rare, come sempre con i Sault.

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