SI! BOOM! VOILÀ! – SI! BOOM! VOILÀ!
Recensione del disco “SI! BOOM! VOILA!” (Woodworm, 2026) dei SI! BOOM! VOILA!. A cura di Fabio Marco Ferragatta e Fabio Gallato.
22 ottobre 2025, scoppia la bomba. Roberta Sammarelli è uscita dal gruppo. E il gruppo sono i Verdena. La notizia rimbalza, i fan si interrogano, il vuoto lasciato dal suo basso diventa immediatamente un tema. In realtà, qualcosa si muove già, perché c’è “Metropolis”, una sonorizzazione di tutto rispetto di uno dei capisaldi del cinema realizzata con alcuni compagni d’avventura d’eccezione. In aggiunta, una serie di altre sonorizzazioni live con Bruno Dorella (“Il gigante di Ravenna” al Ravenna Transmission Festival) sembrano tracciare una strada.
Poi però arriva la vera accelerazione, scoppia una nuova bomba. Una band tutta nuova, SI! BOOM! VOILÀ!. Tutto a stretto giro, con un tempismo che sa di strategia più che di necessità. Oltre a Sammarelli ci sono Giulio Ragno Favero (l’altro “grande vecchio”, esperto di dissonanze e figura centrale dell’alternative italiano che fu); Davide Lasala, produttore, chitarrista e tra i fondatori dell’Edac Studio; Giulia Formica, batterista e collaboratrice, tra gli altri, di Baustelle e Michelangelo Mercuri, conosciuto ai più come N.A.I.P., ossia colui che occupa la voce di questo progetto, assurto alle luci della ribalta grazie al suo percorso – si dice così, no? – in quella che è una delle scorciatoie artistiche più gettonate in questi tempi vuoti, ossia X-Factor. Roba grossa, si dirà, ma non tutte le robe grosse riescono col buco.
Le presentazioni, intanto, sono arrivate. Quelle del quintetto, nei mesi scorsi, sono passate invece attraverso una serie di video che cercavano di puntare sulla simpatia, auto-dileggiando il proprio moniker. Il risultato è una comunicazione confusa nella forma, affollata di facce note e meno note, con privato e pubblico mescolati senza una vera direzione. Da lì in poi, anche in modalità da televendita macciocapatondiana (e non è un riferimento casuale, il nostro), una sequela di clip capace di mettere alla prova la pazienza del più santo dei santi. Viviamo, del resto, in un’epoca in cui la forma tende sistematicamente a precedere – e spesso a sostituire – la sostanza. In questo caso, non fa eccezione.
“A volte è proprio come dentro un pezzo degli Swans, discorsi ripetuti ripetuti ripetuti”, canta Mercuri in Un pezzo degli Swans. “Cover band di un momento, che suona ciò che ha già suonato”. Due versi che finiscono per funzionare come una dichiarazione involontaria d’intenti: il disco dei SI! BOOM! VOILÀ! non si sposta di un centimetro da ciò che conosce già bene, cristallizzandosi in una ripetizione priva di attrito. È in questo immobilismo che il progetto finisce per allinearsi a uno dei mali più evidenti del mondo alternativo italiano, vampirizzato da ogni contenuto oppositivo e incagliato nella riproposizione delle stesse sonorità e atmosfere da quasi 20 anni ormai.
L’impressione è che il disco miri a far rivivere l’immaginario collettivo di un certo alternative italiano, assemblato più per accumulo che con fini trasformativi. Troppo riconoscibili gli echi che affiorano, così come le posture sonore e le soluzioni stilistiche che rimandano a precise esperienze – Il Teatro degli Orrori, inevitabilmente, ma anche Ministri, Zen Circus e gli stessi Verdena – non come riferimenti o influenze rielaborate, ma come citazioni di mestiere, lasciate sostanzialmente intatte.
C’è poi un’altra questione: nel doppiaggio, l’effetto scollamento può verificarsi quando una voce non si adatta all’espressività dell’attore, creando la cosiddetta “dissonanza emotiva”. È proprio ciò che accade ascoltando “SI! BOOM! VOILÀ!“. Brano dopo brano, N.A.I.P. sembra viaggiare su binari alieni rispetto a quanto succede alle sue spalle. Non è solo una questione vocale, ma anche di contenuti, che spesso si stortano sull’intenzione, ripiegandosi su se stessi per poi schiantarsi senza direzione. Il bridge di Saldi di fine tutto, ad esempio, è un intreccio melodico amaro spezzato da una sorta di pantomima da “mercato del pesce” messa in scena da Mercuri, un’allegoria che restituisce ben poco di quanto il brano promette. Pensate all’intro di Dimmi il nome dei Litfiba: qui succede tutto l’opposto.
Un piccolo esperimento ci viene in aiuto: se si prova a immaginare i pezzi senza la voce, emerge un disco con una direzione che, senza essere rivoluzionaria o originale, come detto in precedenza, è comunque chiara e funzionale: chitarre brucianti e non allineate, ritmiche serrate, tutto quell’armamentario aggressivo che serve a rendere i pezzi duri e “urgenti” il giusto. Ma è proprio la messa in scena teatrale di N.A.I.P., che non è Capovilla e si sente, a generare scollamento: rompe l’equilibrio e trasforma lo svolgimento in un insieme dissonante (e non à la noise rock maniera), che per farsi seguire richiede un esborso di fiducia che i SI! BOOM! VOILÀ! non hanno ancora meritato.
Si potrebbe credere che, nel momento in cui il microfono passa in altre mani, questo disorientamento sia destinato a dissolversi. Purtroppo non è così, e basta Da zero a dimostrarlo. Ballata dal vago, vaghissimo sapore verdeniano, il brano è però privo di tutti quegli elementi che rendono (rendevano?) quelle canzoni alcune tra le migliori mai scritte in ambito alternativo. Sammarelli qui sostituisce Mercuri, ma non quel senso di distacco cui i SI! BOOM! VOILÀ! hanno abituato nel giro di appena undici brani. Di nuovo, involontaria, arriva la dichiarazione a mezzo liriche: “Tutto è sterile”. Il senso di occasione sprecata, date le premesse, è ben più che cocente.
Ma non di solo suono sono fatti i SI! BOOM! VOILÀ!. Si è parlato, altrove, di “disco politico” e, a conti fatti, in questa definizione qualcosa di vero c’è, benché anche qui non si riesca ad andare oltre a una carezza sul volto del nemico piuttosto che a uno schiaffone ben assestato, come evidentemente vorrebbero fare i Nostri. La retorica del fascismo mai scomparso e anzi sempre più radicato (tutto vero, non potremmo più essere d’accordo di così), della gogna mediatica e dei suoi effetti deleteri, di un Paese distratto dalle solite narrative, della dittatura dei numeri che annienta ogni volontà artistica, del tutto che ha un prezzo e quindi viene svenduto al peggior offerente, passa attraverso testi che sembrano più bozze che prese di posizione: reiterazioni e forzature che finiscono per frenare l’effetto desiderato. È vero che non sempre servono giri di parole o figure retoriche complesse per recapitare un messaggio, ma è altrettanto vero che, per sferrare un colpo, bisogna saperlo fare. Altrimenti si va fuori misura.
Attenzione però a non confondersi: “SI! BOOM! VOILÀ!” non si esaurirà in un passo falso. Nel suo essere, ahinoi, una fotografia piuttosto fedele dello stato della musica alternativa contemporanea del nostro Paese, il disco non faticherà a trovare legittimazione nel circuito: come espressione di un ambiente che continua a parlarsi addosso per convenienza, a riconoscersi solo nel proprio riflesso, senza più riuscire a trovare la voglia, o la necessità, di contraddirsi.




